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Sembra trascorso un secolo. Eppure sono passati solo poco più di venticinque anni dal discorso con il suo famoso incipit (“L’Italia è il Paese che amo”) con cui Berlusconi annunciò la sua discesa in campo. Fondata sul geniale artifizio – cui abboccarono milioni di italiani – di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, cioè le due posizioni strategicamente più diverse dell’intero scacchiere poitico. La secessionista Lega bossiana, poi gradualmente appassita a causa anche delle contraddizioni e delle disavventure giudiziarie del suo leader. E una Alleanza Nazionale fortemente unitaria e nazionalista. L’espediente fu quello non di un patto a tre, praticamente impossibile, ma di una doppio patto a due. Al nord, FI con la Lega. Al Sud, invece, tra FI e AN. Quella intesa un po’ da gioco delle tre carte fu poi coronata dalla travolgente, vittoriosa cavalcata che polverizzò la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria. Sarebbe superficiale sminuire la portata che poi ebbe quell’operazione se la si riducesse solo a quello. Essa ispirò molti settori liberisti e liberali della vita economica e sociale del nostro Paese, che supportarono quel progetto. La stessa sinistra per anni non trovò di meglio che modellare la sua identità politica sulla contrapposizione a tutto quello che il berlusconismo stava cominciando a rappresentare. Allora il centro-destra potè legittimamente chiamarsi in tal modo perchè il blocco più consistente – allora rappresentato da FI – poteva  davvero arginare le spinte più estremiste e anti-istituzionali. Poi però la sempre più chiara identità di FI come partito-azienda e del suo padrone con le numerose leggi ad personam, gli scandali, i numerosi processi e le condanne ne hanno indebolito la tenuta nella società. E i continui accordi al ribasso stipulati dal Cavaliere con agli alleati ne hanno compromesso la supremazia territoriale, ridimensionata dalla cessione di quasi tutti i governatorati delle regioni del Nord.

Con il declino di Berlusconi, ostinatamente contrario alla scelta di un vero successore, il divario dei numeri con Lega e FdI si è fatto abissale. E oggi parlare di centro-destra significa evocare solo un qualcosa che non c’è più. Al suo posto, insieme a un residuo presidio centrista, vi sono due forze di destra. Prive di un vero e coerente patrimonio ideale. Esse gareggiano giornalmente in estremismi e populismi di ogni genere. Appaiono pronte a sposare le tesi  e le posizioni più diverse pur di accrescere i loro consensi. Senza escludere anche dispetti e colpi bassi, come la recente vicenda della Presidenza della Commissione sui servizi segreti ha rivelato. Non a caso la linea che viene portata avanti da FI negli ultimi tempi, tra summit rinviati e fuggevoli comparsate in TV, è quella di sedare. Ignorare. Glissare. E, in attesa di tempi migliori, auto-proclamarsi garante dei valori europeisti. In un contesto di tale tipo e considerato l’oggettivo indebolimento della formazione berlusconiana che da invincible armada appare ridotta a una zattera che imbarca acqua, non sorprendono tanti clamorosi abbandoni. Nè la costituzione di mini-partiti di ex forzisti, come quello di Toti e Brugnaro. Qualcuno francamente scandaloso per il carico di irriconoscenza personale e politica che portano in sè. Sic transit gloria mundi… Questo stato di cose segna però la fine di tutto quello che il berlusconismo poteva rappresentare e ha rappresentato nella realtà italiana. E’ pur vero che il Cavaliere non ha fatto nulla per smentire la realtà di un partito costituito – e rimasto alla ribalta – per difendere i suoi giganteschi interessi aziendali. Risultato riuscitogli a  meraviglia. E forse anche le sue scelte politiche temporeggiatrici sono la prosecuzione di un passato mai smentito. Tuttavia, la profonda alterazione della natura e degli scopi dell’ex centro-destra – ora ridotto a disordinata somma di estremismi – deve costituire per lui un motivo di forte amarezza personale  e politica. Essa, infatti, ridimensiona ulteriormente la sua figura. Tanto più che, come osserva il politologo Alessandro Campi, profondo conoscitore del mondo della destra: “Abbiamo  Salvini e Meloni: e non puoi sperare che diventino o siano Churchill e la Thatcher”!

di Erio Matteo

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