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Il prolungarsi della guerra in Europa sta producendo modifiche sull’orientamento delle opinioni pubbliche che per il momento non scalfiscono l’unanimismo che domina le politiche dei governi e la solidità delle alleanze, ma che a lungo andare potrebbe quanto meno determinare una frattura lungo un asse est-ovest che si sostituirebbe a quella tradizionale nord-sud che bene abbiamo conosciuto nei decenni trascorsi. Si assisterebbe insomma al prevalere di un criterio di condivisione di interessi –sempre restando all’interno dell’Unione –  basato non più, come è stato finora, sul rigore dei conti pubblici e la stabilità dei bilanci, ma su un concetto di sicurezza fondato sul prevalere delle spese militari in un’ottica di contrapposizione fra blocchi più che di confronto e di dialogo. In questa settimana, a cinquanta giorni dall’inizio del conflitto, i segnali in questa direzione non sono mancati. Svezia e Finlandia, due Paesi di solida tradizione socialdemocratica, membri dell’Unione europea ma non allineati militarmente, stanno per abbandonare la posizione neutralista da sempre condivisa e si orientano a chiedere in tempi brevi l’adesione alla Nato, rafforzando le frontiere dell’alleanza al confine con la Russia, trasformando il Baltico in un lago della Nato e tagliando definitivamente i collegamenti fra Mosca e l’enclave di Kaliningrad. Le motivazioni esposte dai due governi hanno una loro logica nell’ottica di una difesa dall’aggressività di Mosca non più adeguatamente garantita dalla precedente collocazione “terzista”; ma non c’è dubbio che l’interpretazione dell’atlantismo che Svezia e Finlandia darebbero in sintonia con le tre repubbliche baltiche e gli altri Stati della fascia orientale, dalla Polonia alla Bulgaria, segnerebbe un rafforzamento del fronte antirusso, con l’individuazione di priorità e orientamenti diversi da quelli, per esempio di Francia, Spagna, Turchia. Proprio la Francia costituisce un altro esempio interessante. E’ altamente probabile che fra dieci giorni gli elettori transalpini confermeranno Emmanuel Macron alla presidenza, ma l’esito del primo turno ha evidenziato la presenza di una forte minoranza di francesi ostili ad una concezione “aggressiva” della Nato, e la candidata Le Pen ha proposto, in caso di vittoria, l’uscita di Parigi dal comando militare integrato dell’alleanza. Non se ne farà niente, perché la destra perderà le elezioni, ma è noto che anche l’atlantismo di Macron sia diverso da quello dei polacchi, dei baltici e in generale dei Paesi che un tempo gravitavano nell’orbita sovietica. E veniamo all’Italia, dove l’atlantismo del governo Draghi non ammette discussioni, ma quello dell’opinione pubblica è molto più sfumato. Un recente sondaggio di Nando Pagnoncelli presentato in televisione (“diMartedì” su La7) evidenzia come a fronte di un 44% di italiani convinti che il nostro Paese partecipi giustamente all’Alleanza atlantica condividendone gli obblighi, vi sia un 39% di interpellati che invece ritiene che la politica estera sia troppo condizionata dagli Stati Uniti. Percentuale che cresce ulteriormente quando si parla di spese militari: secondo Ilvo Diamanti il 65% è contrario all’aumento deciso dal governo e approvato dal parlamento Anche in questo caso non è difficile individuare a quali partiti, anche di governo, facciano riferimento questi italiani dubbiosi. Se questa nuova dislocazione geopolitica e geostrategica dei Paesi Ue e Nato in Europa si consoliderà durante e oltre la guerra in corso, sembra chiaro che un ruolo determinante verrà in futuro svolto dalla Germania il cui riarmo annunciato dal governo socialdemocratico va letto forse più in chiave nazionale che euroatlantica.

di Guido Bossa

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