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Che fine farà l’Europa?

 

Ci sarà tempo per affrontare tutti i problemi aperti dalla decisione degli elettori britannici di lasciare l’Unione europea chiudendo la frontiera della Manica. I trattati in vigore, sottoscritti anche dai governi di Londra, prevedono due anni di tempo per completare il processo di secessione aperto col referendum di giovedì, ma la tempesta borsistica e forse ancor più quella valutaria, con il crollo della sterlina sui mercati internazionali, fanno già capire che l’aggiustamento richiesto non sarà agevole. E che il successo della Brexit lascerà vittime sul terreno sia nelle isole britanniche che in Europa e nel resto del mondo. Sarebbe auspicabile che l’intervallo biennale previsto dai trattati venisse limitato al minimo indispensabile, per ridurre il più possibile i tempi di una instabilità che non giova a nessuno. Sono lecite alcune considerazioni che partono dal rammarico per il risultato del voto, ma che avrebbero mantenuto una certa validità anche in caso di vittoria del “remain”. Anche il quel caso, infatti, non ci sarebbe stato motivo per compiacersi, viste le condizioni in cui si trova l’Europa, alla ricerca di una propria identità e di un protagonismo sulla scena mondiale adeguato delle proporzioni del suo peso economico e commerciale e ai valori cui dice di ispirarsi. Siamo al paradosso per cui una costruzione politica multinazionale audace e visionaria, concepita per rendere più competitivo il vecchio continente in una fase della storia mondiale nella quale la concorrenza fra aree geopolitiche ed economiche era ancora agli albori, si manifesta inadeguata proprio quando la sfida si fa più aperta ed emergono con maggiore evidenza i fattori di debolezza dei singoli soggetti statali che compongono l’Ue. L’esultanza di Donald Trump, che fra pochi mesi sfiderà Hillary Clinton per la conquista della Casa Bianca fa capire quale sarebbe il destino di un’Europa frammentata di fronte ad un’America rinchiusa nel suo splendido isolamento e in grado di giocare con le nostre economie come l’ultimo degli Orazi con i tre Curiazi che lo inseguivano. Anche se avesse vinto il “remain”, il governo Cameron era già riuscito a strappare a Bruxelles tante di quelle condizioni di privilegio da spezzare comunque il vincolo unitario europeo e gli ideali che lo sostanziano. Il Regno unito era già fuori dall’Euro e da Schengen, aveva ottenuto il privilegio di non partecipare ad ulteriori progetti di integrazione, anche quelli in materia di sicurezza e di difesa comune, si disinteressava dei migranti. Aveva dunque inoculato nell’Unione il germe della dissoluzione. Ora con la Brexit siamo di fronte alla malattia conclamata: “Il problema è – ha detto Romano Prodi – che nessun paese europeo è in grado di partecipare da solo ai grandi progetti del mondo”. Prodi è uno che di Europa se ne intende, e quindi il suo allarme va preso molto sul serio. Ma mi ha colpito, sempre prima del voto, una riflessione dello scrittore inglese Jonathan Coe, che nei suoi romanzi ha descritto l’evoluzione (forse l’involuzione) dello spirito britannico. Coe parla di “una popolazione frustrata ed emarginata, la cui vita è stata danneggiata, anziché arricchita, dalla globalizzazione e dal neoliberismo degli ultimi decenni, e che oggi si sente tradita dai partiti tradizionali e si rivolge verso movimenti populisti che pretendono di offrire soluzioni semplicistiche e radicali ai loro problemi. Soluzioni che in molti casi fanno appello alle emozioni, anziché alla ragione; rivolte non già al cervello, ma agli impulsi; e che agiscono a livello di ‘pancia’”. Lo scrittore inglese si riferiva in particolare ai sentimenti che animano l’opinione pubblica inglese dopo il brutale assassinio della deputata laburista Jo Cox, ma scriveva anche esplicitamente che il senso di frustrazione descritto e le reazioni “di pancia” da esso provocate sono forme di patologia dello spirito pubblico nate nell’Europa continentale e solo ultimamente importate nelle isole britanniche, forse a lungo preservate dal contagio per via del loro privilegio geografico. La questione è drammaticamente seria, ed è la vera questione che dovrebbe interpellare i capi dei governi europei e i responsabili delle istituzioni comunitarie chiamati già da oggi a dare una risposta adeguata agli interrogativi che la Brexit pone. O l’Europa riesce a ritornare alle fonti della propria ispirazione, ritrovano nella sua storia, nei suoi fallimento ma anche nei suoi successi la forza, le idee e i programmi per far fronte ai problemi di oggi e di domani, o l’uscita della Gran Bretagna sarà solo, e rapidamente, il primo passo verso il dissolvimento dell’Unione. Il che, a sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, non sarebbe un bello spettacolo.
edito dal Quotidiano del Sud

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