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Chiacchiere e “tabacchere”

 

Scusi, che cosa sta cercando? Mi avvicino con discrezione all’uomo che rovista nel cassonetto della spazzatura. E lui mi fa: vedo se c’è qualcosa di utile per sbarcare il lunario. Mi allontano e mi sento in un film neorealista. No, non è esagerazione, è la drammatica situazione che vive la città. E che sia così drammatica lo dimostra la grande difficoltà che incontra la Mensa dei poveri con i suoi dati agghiaccianti. Tutto questo si consuma sotto gli occhi indifferenti della politica che s’interessa d’altro. Se De Blasio deve restare al suo posto di segretario del Pd o come Foti deve posizionare gli scacchi per dar vita al quarto rimpasto che nasce sulla logica della più squallida lottizzazione di un potere, solo apparentemente effimero. La città dei “nuovi poveri” è un dato allarmante che sfugge a chi dovrebbe governare la realtà e, invece, si perde nelle pastoie di un tatticismo mortificante. Prendiamo il caso De Blasio. Il segretario del Pd nei fatti non ha più la fiducia della maggioranza. La conseguenza dovrebbe essere lasciare l’incarico. Invece no. Insiste. Resiste. Non molla. Chiede il voto dell’assemblea del partito, sperando in un ripensamento di qualcuno. Non si rende conto che un partito non si può governare con una maggioranza risicata. Dico di più. Si tratta di un partito che, per consenso elettorale, ha le maggiori responsabilità di guida in provincia di Avellino. Ma tutto questo sembra non interessi a Carmine De Blasio che porta avanti una battaglia muscolare contro i suoi “amici” di partito. In realtà, la cristallizzazione delle posizioni favorisce l’immobilismo con le conseguenze che tutto questo comporta. Alla fine, io penso, egli sarà costretto a gettare la spugna, dopo aver intristito il partito con questa sceneggiata non degna di una seria politica. Vedremo cosa accadrà, anche se i giochi sembrano ormai fatti. Si salva il Comune, con l’ingresso in giunta di tutte le anime del partito, si ricompone l’unità del Pd, con il cambio del segretario e, probabilmente, la nomina di un triumvirato – espressione di tutte le componenti – che guiderà fino al congresso (previsto forse per la prossima primavera). Regista di questo scenario potrebbe essere Rosa D’Amelio a cui la gestione del partito interessa più del Comune capoluogo. Già, il Comune di Avellino. Foti è al suo quarto rimpasto in poco più di due anni. I risultati fin qui ottenuti non sono dei migliori. Anzi, a dire il vero, sono pessimi. E si capisce anche il perché. La rotazione degli assessori comporta un dispendio di tempo di non poco conto. Ogni assessore che subentra in un settore deve ricominciare daccapo. Deve impossessarsi dei meccanismi di governo, documentarsi sui problemi e solo dopo iniziare ad agire. Appena lo fa, però, viene sostituito da altri a cui fa carico la stessa trafila. Solo così si spiegano gli inauditi ritardi che si registrano per la chiusura dei cantieri cittadini e la mancanza di una efficace programmazione, urgente per dare una svolta ai problemi cittadini. C’è di più. Il Comune potrebbe rischiare il default nel 2016. I cantieri che beneficiano dei fondi europei dovrebbero essere portati a termine e reso contati entro la fine dell’anno. Altrimenti sarà l’ente locale ad intervenire con proprie risorse per il completamento. E’ impensabile che i lavori del tunnel, di piazza Libertà e di altri cantieri ancora aperti si possano concludere così rapidamente. Né allo stato è possibile immaginare, come da più parti auspicato, che intervenga un provvedimento europeo o regionale, che preveda lo slittamento della scadenza fissata. E allora? Sullo sfondo si intravedono nuove crisi al Comune capoluogo e, se così fosse, con il ricorso ad elezioni anticipate. A meno che non intervengano almeno due fatti nuovi: il recupero di un ruolo politico dell’ente, con la nomina di un capogruppo di alto profilo che sostituisca la pur preparata Ida Grella, le cui dimissioni sono ritenute da lei stessa irrevocabili. E, secondo punto, la elezione di un segretario cittadino del Pd che faccia da filtro tra amministrati ed amministratori. Queste due condizioni potrebbero essere utili per segnare una svolta positiva e rimettere sui binari giusti non solo il ruolo del partito, il Pd, ma, soprattutto, una ritrovata efficienza del Comune capoluogo. Certo, sono condizioni utili, anche se non sufficienti. Il problema che oggi vive la città è di ritrovare i luoghi di confronto e di discussione. Troppo distante è il dialogo dell’amministrazione con i cittadini. Si pensi, ad esempio, alla lacerazione in atto tra centro e periferia. I quartieri vivono in una drammatica situazione di emarginazione, travolti da problemi sociali e di vivibilità. Non c’è, allo stato, nessuna programmazione che si ponga come finalità la rinascita del tessuto urbano, né è ipotizzabile una scala di priorità di interventi che favorisca il recupero centrale del ruolo della città. L’impressione, ma credo non si tratti solo di questo, è che in una Avellino ne vivono tante altre, con bisogni diversi, con problemi esclusivi. Vince la rincorsa, peraltro non sempre soddisfatta, della corsa dell’emergenza. Ed è in questa fase di pressapochismo, di non governo della realtà, che si aprono buchi profondi che riportano al passato e ad una classe dirigente che si è mostrata idrovora nella cattura del consenso e clientelare nella stessa struttura urbanistica. Non è un caso che la nostra inchiesta sul torrente San Francesco stia svelando l’altra faccia del governo della città. Quella che ci dice con nettezza come la speculazione edilizia sia stata capace di deviare corsi d’acqua per consentire il versamento di cemento inquinante. O che siano sorti edifici contro ogni norma, nonostante enti proposti al controllo avessero avvertito dei rischi incombenti. Mentre tutto ciò si consuma alle spalle delle persone comuni, molte di queste sono travolte dalla crisi e sono costretti a rovistare nei cassonetti. Non era questa la democrazia per la quale i nostri padri hanno lottato. Che tristezza.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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