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Cicatrici chirurgiche: possibile ridurne il danno?

Di Mario e Alessandro Ciarimboli e Solange D’Argenio

La pelle è l’organo del nostro corpo che ha la più grande estensione. Oltre questa caratteristica ha numerose funzioni: protezione, sensibilità, controllo della temperatura corporea, scambio ionico con eliminazione degli elettroliti in esubero e di sostanze di rifiuto. Ha inoltre funzioni di riserva di grasso nell’ipoderma, sintetizza alcune sostanze indispensabili per il nostro organismo (vitamina D3) ed utilizza pigmenti per proteggerci dai raggi ultravioletti. Tra le sue qualità ricordiamo l’elasticità con capacità di rimodellamento ed adattamento alle modifiche del corpo imposte dal passare del tempo. Essendo la barriera posta tra il corpo e il mondo esterno, la pelle è facilmente esposta a lesioni come tagli, lacerazioni e ustioni oltre che essere esposta precocemente ed in maniera evidente ai danni del tempo (invecchiamento). A fronte di ciò ha una capacità di adattarsi rapidamente all’evento lesivo con immediata reazione e neo-angiogenesi capillare cioè formazione di piccoli vasi capillari che favoriscono il deposito di fibrina e collagene, le sostanze che consentono la “riparazione” del tessuto traumatizzato. Fa parte quindi delle funzioni della pelle questo fenomeno di riparazione che determina la formazione delle “cicatrici”. Una situazione del tutto peculiare è rappresentata dalle cicatrici da taglio per intervento chirurgico laddove la guarigione non sempre è esteticamente ottimale. Infatti, è frequente la formazione di “cicatrici ipertrofiche” cioè con bordi rilevati, duri e di colore più accentuato rispetto al resto della superficie cutanea. In particolare, si parla di “cheloide” o “cicatrice cheloidea” quando la superficie coperta dalla cicatrice stessa è maggiore della lesione chirurgica sottostante. La cicatrice può essere lucida, rilevata e liscia (“cicatrice atrofica”), oppure può essere avvallata per mancanza di tessuto collagene. Talora può assumere aspetto dismorfico per retrazione dei tessuti con conseguente difficoltà di movimento se è interessato un arto (“cicatrice retraente”). In qualche caso può verificarsi una difficoltà di guarigione (“cicatrice distrofica”) laddove intervengono problemi circolatori, infezioni, denutrizione, abuso di cortisonici o dove sono preesistenti patologie metaboliche come il diabete. Si può correggere o migliorare una situazione di questo tipo? Nel caso della cicatrice ipertrofica retraente per ristabilire un giusto equilibrio fasciale e della direzione delle fibre di collagene intervengono il medico fisiatra e il fisioterapista specializzato. Il fisiatra valuta l’entità del danno ed indica il trattamento, il fisioterapista esegue la terapia manuale fatta di massaggi e rieducazione motoria finalizzati al riposizionamento delle fibre collageniche, al giusto defluire dei liquidi intratessutali, al recupero del pieno movimento articolare e delle at6tività muscolari. In particolare, le tecniche utilizzate sono il taping, la propriocezione integrata, l’induzione manuale miofasciale. A queste tecniche viene abbinato l’uso di cerotti siliconati, gua sha (lo strofinamento con una pietra particolare sulla cicatrice), campi magnetici a bassa frequenza, ultrasuoni, laserterapia, onde d’urto e infiltrazioni con corticosteroidi e acido ialuronico. Di recente introduzione sono le tecniche di “medicina rigenerativa” come il PRP o plasma arricchito di piastrine e come l’uso di cellule staminali. In ogni caso è auspicabile una stretta collaborazione tra chirurgo e team riabilitativo (fisiatra e fisioterapisti) allo scopo di gestire correttamente la guarigione o la correzione delle cicatrici chirurgiche anomale.

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