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Come vota l’amico americano

 

L’ambasciatore di Washington a Roma ha espresso in termini forse poco diplomatici ma certamente in linea con il pragmatismo a volte rude della politica americana, l’esplicita e non dissimulata valutazione dell’amministrazione Obama sulle imminenti scadenze segnate nell’agenda politica italiana. Giunto alla fine del suo secondo mandato e impegnato a chiudere tutti i dossier internazionali ancora aperti, nella speranza di lasciare a Hillary Clinton un’eredità facilmente gestibile, il presidente Usa ha fatto, per quanto riguarda l’Europa, una scelta chiara, dettata del resto dalle circostanze, che gli consegnano un quadro nel quale le incertezze prevalgono su tutto: il Regno Unito, amico privilegiato degli Usa, impelagato in una trattativa per l’uscita dall’Unione che durerà a lungo e ne limiterà l’iniziativa in politica estera. Francia e Germania alla vigilia di elezioni nazionali a rischio per le leadership uscenti, minacciate dall’ascesa della destra nazionalista; i paesi dell’est che vorrebbero trascinare gli Usa in un braccio di ferro senza fine con Mosca; la Turchia, alleato sempre più scomodo, e quasi impresentabile, nella Nato. In questo panorama, il governo guidato da Matteo Renzi è uno dei pochi punti di riferimento stabili sui quali l’amministrazione Obama possa contare, e non sono mancate ultimamente le occasioni in cui il presidente in persona ha manifestato il suo appoggio al primo ministro italiano e alle sue riforme. Al recente vertice del G20 di Hangzou, in Cina, Renzi ha avuto l’onore di una citazione diretta, come esempio di “buon lavoro di governo” soprattutto per le riforme, nel discorso di apertura pronunciato dal capo della Casa Bianca davanti ai leader mondiali; e l’entourage americano ha fatto trapelare l’attenzione per le vicende italiane, molto legata alle prospettive di stabilità in Europa, che sarebbe messa a rischio da un esito referendario negativo. E’ altamente probabile che tale impostazione venga confermata nel corso dell’incontro programmato alla Casa Bianca per il prossimo 18 ottobre, a pochi giorni dalle elezioni Usa, che è già di per sé il segnale di una forte apertura di credito verso l’amico italiano. Si ricorderà che in un altro bilaterale (aprile 2015) Obama si disse “impressionato dall’energia di Renzi, dalla sua volontà di sfidare lo status quo, dalla visione per le riforme che servono a scatenare il potenziale economico dell’Italia”. Con precedenti così espliciti, non meraviglia che l’ambasciatore John Phillips abbia ritenuto di definire “un grosso passo indietro” l’eventuale vittoria del no al referendum costituzionale: dichiarazione che non è tanto destinata ad influenzare l’orientamento dell’elettorato (anzi, l’effetto potrebbe essere contrario), quanto tesa ad indicare una esplicita e legittima preferenza dell’amministrazione di Washington. Del resto, i politici italiani non stanno forse prendendo posizione a favore o contro i candidati che si contendono la Casa Bianca in una campagna elettorale resa oggi più incerta dalle rivelazioni sulle condizioni di salute di Hillary Clinton? E’ questo scandalizza forse qualcuno sulle due sponde dell’Atlantico? Dunque, nessun motivo di allarme: come ha saggiamente detto il presidente Mattarella, l’interesse internazionale per la “svolta significativa” che sta per avvenire nel nostro Paese è giustificato dal ruolo che l’Italia ricopre nel contesto internazionale, dove il referendum costituzionale è visto come un appuntamento imprescindibile per confermare la stabilità del sistema, l’efficienza delle istituzioni, la tenuta delle riforme fin qui attuate. E probabilmente nella valutazione, condivisa anche dai partner europei e dalla Commissione di Bruxelles, ha un peso anche la considerazione della eterogeneità dei partiti che si oppongono al sì: dove gli ex missini dei Fratelli d’Italia vanno a braccetto con i lepenisti della Lega, i postcomunisti (alcuni dei quali non pentiti) di Sel e di spezzoni della sinistra del Pd tentata da un rigurgito di antiatlantismo, i grillini oggi più che mai alla cacia di improbabili fantasmi. Una compagnia indefinibile, ma certamente non apprezzata né a Washington né a Bruxelles o a Berlino. Una compagnia nella quale Berlusconi ha voluto intruppare anche Forza Italia, a rischio di condannarla ad una crisi irreversibile. Alla fine decideranno gli elettori.
edito dal Quotidiano del Sud

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