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A poco più di un mese dall’insediamento del governo di destra-centro presieduto da Giorgia Meloni, nel panorama politico si possono osservare due tendenze apparentemente contrastanti ma in realtà complementari e interdipendenti. Da una parte cresce il consenso attorno alla presidente del Consiglio e al suo partito, che ha superato il 30% nelle intenzioni di voto. La leader del governo ne approfitta per accentrare a palazzo Chigi, cioè sotto il suo diretto controllo, le deleghe ministeriali più di peso, sottraendole ai dicasteri assegnati agli alleati della coalizione che ha vinto le elezioni. Questo movimento verticale nella distribuzione del potere si è avvertito in particolare in occasione dell’ap – provazione in Consiglio dei ministri del bilancio dello Stato per il 2023, approdato al tavolo circolare di palazzo Chigi prima che Silvio Berlusconi e lo stesso Antonio Tajani (vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri) potessero prendere visione compiutamente dei testi. Alla conferenza stampa di presentazione dell’atto più importante del governo, Forza Italia non era rappresentata, e il titolare dell’Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti, era marcato a vista dal suo vice, il meloniano Maurizio Leo, che ha la delega per le finanze, cioè tiene i cordoni della borsa. Complementare a questa dislocazione delle forze c’è la seconda tendenza emergente nel quadro politico: il calo dei consensi (ancora virtuali ma si vedrà presto quanto reali alle regionali di Lazio e Lombardia) del partito azzurro, e il declino della leadership salviniana nella Lega, che per la prima volta, dopo una legislatura che l’ha vista protagonista, potrebbe essere contestata in un congresso federale. Intendiamoci: si tratta di movimenti ancora poco percettibili e in attesa di consolidamento; novità ancora allo stato embrionale, ben lungi dall’aprire prospettive nuove nel breve periodo: una crisi della maggioranza è di là da venire e sbaglierebbe chi pensasse di poter far leva su queste situazioni per dar vita a giochi di palazzo come quelli che in passato hanno consentito al Pd di andare al governo senza aver vinto le elezioni. Il dato più evidente che finora emerge è il tentativo, che Giorgia Meloni sta perseguendo con successo, di impossessarsi di parte della base elettorale dei suoi alleati realizzando con la manovra finanziaria in atto alcune promesse che i governi di centrodestra a guida berlusconiana e leghista non avevano mantenuto. Poco importa se per realizzare questo obiettivo Fratelli d’Ita – lia è costretta a mortificare la sua anima social- popolare e forse a deludere parte dei simpatizzanti del ceto impiegatizio: se, nonostante le scarse disponibilità finanziarie, riesce ad accontentare grazie ai condoni, a qualche incentivo economico e ad un fisco “amico” fasce di ceto medio, di lavoratori autonomi, di titolari di partite Iva alla ricerca di una rappresentanza politica, il bilancio dell’operazione potrebbe essere positivo, e l’insediamento elettorale di Lega e Forza Italia, già eroso due mesi fa alle politiche, verrebbe ulteriormente insidiato. Chi sta cercando, dall’opposizione, di inserirsi nei possibili varchi aperti da questi minimi ma apprezzabili movimenti, è Carlo Calenda, che si è offerto di andare a vedere le carte di Giorgia Meloni ottenendone un appuntamento per la prossima settimana per discutere appunto di bilancio. Non è una disponibilità alla collaborazione, ma segna un protagonismo politico significativo, laddove invece il Pd contende ai Cinque Stelle di Conte e alla Cgil di Landini la guida della contestazione frontale, che appare divisa e priva di sbocchi. Forse Enrico Letta o il suo successore farebbero bene a considerare la proposta di alleanza di Letizia Moratti in Lombardia che, se risultasse vincente alle regionali, potrebbe determinare la caduta di Salvini e in questo caso sì, riaprire i giochi anche a Roma.

di Guido Bossa

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