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Costruire comunità, costruire il futuro. La due giorni del Corriere per riflettere sul territorio

di Rosa Bianco

ll primo tavolo della Due Giorni del Corriere dell’Irpinia a Villa Amendola ad Avellino, non è stato soltanto un confronto tra associazioni, politici e accademici: è stato uno specchio in cui si riflette il dilemma morale della comunità irpina e, più in generale, della società contemporanea. Di fronte all’allargarsi della criminalità, che oggi minaccia non solo Avellino e la Bassa Irpinia, ma anche l’Alta Irpinia e la Valle Ufita, ci troviamo di fronte a una questione che è tanto sociale quanto etica: come resistere all’erosione del bene comune quando la paura e l’illegalità si insinuano tra i cittadini?

Domenico Capossela, con il suo sguardo rigoroso da presidente di Sos Impresa, ha posto il problema in termini di realtà concreta: le mappe degli attentati raccontano un’espansione della violenza che non può essere ignorata. Ma il dato numerico non basta: la violenza si insinua laddove manca il tessuto morale, dove i cittadini non si sentono protetti e dove gli spazi di aggregazione – centri culturali, luoghi di incontro – sono assenti o chiusi. Qui entra in gioco la dimensione etica evocata da Davide Perrotta di Libera: costruire comunità, creare luoghi di cittadinanza attiva, significa opporsi alla violenza con un atto di responsabilità collettiva.

Sul piano politico, gli interventi di Ines Fruncillo, Nello Pizza, Angelo Antonio D’Agostino e Sabino Morano hanno evidenziato una tensione nota: le leggi esistono, ma senza l’esempio e la virtù della classe dirigente rimangono strumenti inerti. Aristotele parlerebbe di “areté”, la virtù che rende efficace l’azione politica: senza moralità, le norme diventano vuoti simboli.

È qui che entra la riflessione di Toni Iermano, che ha parlato di élite e classe dirigente come due forze distinte, spesso in conflitto: “Abbiamo confuso le élite con chi governa, e così la bussola della moralità si è persa”. Il fulcro della questione è evidente: la società non può affidarsi solo alla struttura del potere, ma deve avere punti fermi etici, principi che orientino le decisioni politiche e civili.

La chiusura del tavolo, con l’intervento dell’onorevole Alberta De Simone e i ringraziamenti del direttore Gianni Festa, restituisce una tensione tra urgenza e speranza. L’Irpinia si trova davanti a un bivio: subire la morsa della criminalità o costruire, con coraggio e responsabilità, spazi di legalità e comunità. La politica “alta” insegna che il bene comune non è una conseguenza automatica delle leggi, ma il frutto di consapevolezza, virtù e impegno collettivo.

Il messaggio che emerge è chiaro: la criminalità non è solo un problema esterno, ma un sintomo della fragilità morale della società. La vera sfida, allora, non è solo reprimere, ma educare, costruire e rigenerare la comunità. È un invito a ritrovare la bussola etica, a fare della politica e dell’azione civile strumenti di cura reciproca. L’Irpinia può ancora diventare laboratorio di virtù civiche e di resistenza morale, se saprà riscoprire il valore della responsabilità individuale e collettiva.

 

 

Il secondo tavolo della Due Giorni del Corriere non è stata soltanto un confronto tra politici, istituzioni e cittadini: è stata un’occasione per interrogarsi sul senso stesso della politica e del potere. Nel Carcere Borbonico, con le partecipazione autorevole del Ministro Matteo Piantedosi, senatori e rappresentanti regionali, si è delineato uno scenario in cui l’Irpinia è apparsa come specchio di una crisi più vasta, che riguarda l’intera democrazia italiana.

 

Il fil rouge che ha legato gli interventi di Rotondi, Gargani, Bonavitacola e degli altri partecipanti non è stato solo storico o amministrativo, ma ontologico. La politica, oggi, sembra aver smarrito la propria essenza: non orienta più la società verso il bene comune, ma si dissolve in sigle vuote, in movimenti elettorali e bandierine simboliche. Come ha osservato Rotondi, la separazione tra identità culturale e organizzazione politica ha generato una repubblica senza partiti, una forma senza sostanza.

In questa crisi, le Regioni emergono non come ostacolo, ma come fenomeni della ragione pratica: strumenti capaci di tradurre il principio della responsabilità in azioni concrete. Bonavitacola lo ha detto chiaramente: abolirle sarebbe una “cretinata”, perché durante le prove più difficili – come la pandemia – hanno dimostrato la loro capacità di mediazione tra Stato e cittadino. Ma la loro efficacia non è automatica: dipende dalla qualità delle classi dirigenti, dalla virtù civile e dalla lungimiranza di chi governa.

La parola “classe dirigente” è ritornata continuamente, come concetto aristotelico di equilibrio tra capacità e virtù, tra sapere e azione. Gargani ha richiamato il fallimento di Tangentopoli e il crollo della fiducia dei cittadini, mentre Mastella e Sibilia hanno offerto la loro riflessione sul tramonto della Dc e sulle contraddizioni del centro italiano: esempi di come la politica senza cultura e senza memoria sia destinata a diventare mera tecnica, incapace di generare senso e coesione sociale.

E qui è emersa un’altra dimensione: la politica non è solo potere, ma educazione. Ricciardi e Gubitosa lo hanno ribadito: riscoprire le aree interne, investire nei territori, pensare alle generazioni future significa restituire significato alla politica come ascensore sociale, come spazio di esperienza condivisa, come luogo in cui il cittadino e l’istituzione si incontrano in una relazione di fiducia.

L’Irpinia, allora, diventa laboratorio politico: osservando il proprio passato e il presente, la comunità è chiamata a rispondere a una domanda fondamentale: qual è il fine della politica? È il potere fine a sé stesso o la cura delle relazioni tra cittadini, territori e istituzioni? Le risposte non possono essere improvvisate, né affidate a sigle vuote: richiedono coscienza storica, senso di responsabilità e, soprattutto, capacità di armonizzare le identità culturali con le forme organizzative.

La sfida che il territorio ci pone non è solo amministrativa, ma morale: rigenerare la politica significa rigenerare la società, trasformare la rappresentanza in responsabilità e restituire al cittadino il ruolo di protagonista. L’Irpinia può essere ancora un laboratorio di virtù civiche e visioni lungimiranti, a patto che si sappia distinguere tra potere e servizio, tra interesse e bene comune, tra forme e sostanza.

 

Il ministro Matteo Piantedosi nella lunga intervista finale condotta dal Direttore Gianni Festa, lo ha ricordato con chiarezza: «Bisogna partire dai territori e dalla passione per la politica». Questa non è stata una frase di circostanza, ma l’incipit di una riflessione volta a pensare la politica come esperienza viva, radicata nella comunità, capace di dare forma al desiderio collettivo di futuro, vulnus dell’ intera intervista.

La crisi dei partiti e la disaffezione dei cittadini – ha evidenziato il Ministro – non sono fenomeni contingenti: sono sintomi di un vuoto più profondo, di una perdita di riferimenti condivisi. Con la dissoluzione delle grandi visioni del passato, il cattolicesimo democratico e l’ideologia socialista, si è infranta anche la capacità di stare insieme attorno a principi comuni. L’Irpinia, con il suo spopolamento e le sue difficoltà amministrative, ne è metafora vivente. E tuttavia proprio in queste sfide si nasconde una possibilità: quella di riscoprire il senso autentico della politica, non come gestione di interessi, ma come costruzione di comunità.

Il richiamo del Ministro a interventi concreti, dalla gestione dell’acqua al contrasto della violenza giovanile, ci dice che la politica non può limitarsi alla repressione o all’apparenza: deve offrire punti di riferimento, spazi di crescita e occasioni di partecipazione. Come il modello di Caivano insegna, ridare senso agli spazi e alla vita dei giovani significa restituire dignità e futuro a interi territori.

Ma la politica è anche progettualità. La difficoltà dei comuni irpini nell’accesso ai fondi europei e nazionali non è solo un problema tecnico: è l’espressione di una carenza di visione collettiva. Serve un coordinamento strategico, un’assemblea territoriale che sappia mettere in dialogo istituzioni e comunità, valorizzare le competenze locali e tradurre risorse in progetti capaci di arrestare lo spopolamento e di rinnovare la vita culturale e sociale della regione. Proprio come avvenuto in Trentino – ha affermato il Ministro – dove una terra un tempo emarginata ha saputo rinascere valorizzando le proprie vocazioni, l’Irpinia può riscoprire il proprio destino rinvigorendo la sua identità e il legame tra cittadini e istituzioni.

E se è vero che la politica si gioca nei territori, è altrettanto vero che gli interessi, le passioni e le visioni dei singoli danno forma alla comunità. La passione del Ministro per l’Avellino calcio, per il Bologna, per la bicicletta, così come la sua riflessione sulla pace a Gaza, ci hanno ricordato che la politica non è mai solo amministrazione o strategia: è anche etica, cura del presente e responsabilità verso le generazioni future. Immaginare un futuro di coesistenza e pace, così come immaginare un’Irpinia rinata e partecipativa, significa dare valore a ciò che resta invisibile ma essenziale: la speranza che la politica, se sapientemente guidata, possa davvero trasformare la vita delle comunità.

In definitiva, l’Irpinia – per il Ministro Piantedosi – non è solo un laboratorio politico: è l’occasione di ripensare il legame tra territorio, cittadino e progetto comune, tra passione e responsabilità, tra locale e globale. Solo un dialogo strutturato e strategico, capace di tradurre idee in azioni concrete, potrà trasformare la sfida dello spopolamento in rinascita e restituire al territorio e ai suoi abitanti il senso più autentico della politica.

In chiusura della giornata si è celebrato il venticinquennale del Corriere dell’Irpinia, al quale è stata dedicata la Due giorni.  Un quarto di secolo non è solo un numero: è la misura di un impegno, di una presenza costante al fianco di un territorio. Il Corriere dell’Irpinia quest’anno festeggia i suoi 25 anni con la consapevolezza di aver raccontato storie, che altrimenti sarebbero rimaste invisibili, dando voce alle comunità delle aree interne, tra memoria e futuro.

La cerimonia ieri al Carcere Borbonico, con il conferimento del Premio Internazionale San Giovanni Paolo II al Direttore Gianni Festa e alla giornalista Ivana Picariello, ha suggellato un percorso fondato su coraggio, rigore e passione civile. In un’epoca in cui le periferie spesso sembrano dimenticate, il Corriere dell’Irpinia ha dimostrato che il giornalismo può essere custode della memoria collettiva e motore di partecipazione e speranza.

 

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