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Toni D’Angelo allo Zia Lidia: così ho scoperto quanto io e mio padre Nino ci somigliassimo

“Ho capito presto che avevo nei confronti di mio padre lo stesso pregiudizio che aveva nutrito per lui gran parte della critica. L’ho scoperto quando ho capito che ci assomigliavamo nelle nostre fragilità, lui costretto a fare i conti con la depressione dopo aver lasciato Napoli, io con gli attacchi di panico. E’ stata per me una rivelazione”.

Spiega così Toni D’Angelo il film dedicato a suo padre “Nino D’Angelo.18 giorni”, presentato al Multiplex di Mercogliano, nell’ambito della rassegna promossa dallo Zia Lidia Social Club, nel corso di un incontro in cui si alternano ricordi ed emozioni. Un titolo che sceglie di partire dall’intervallo di 18 giorni, prima che Nino, impegnato in Sicilia per una serie di concerti, stringesse tra le braccia il figlio Toni.

“Ho cercato di raccontare cosa ha significato per me essere il figlio di Nino D’Angelo, ho tentato di capire chi era prima di essere mio padre, quanto la sua figura mi abbia condizionato, senza che lui lo volesse e come io abbia cercato in tutti i modi di trovare la mia voce, poiché ciascuno ha il diritto di dedicarsi a ciò che ama e di trovare la propria strada”.

Confessa che non avrebbe mai voluto cimentarsi in un biopic dedicato al padre “più registi avevano provato a realizzare un film sulla sua vita ma i progetti erano saltati, perché cercavano tutti di modificare qualche tassello della sua vita e per lui era inaccettabile. Poi, c’era Gaetano Di Vaio che non perdeva occasione di incoraggiarmi, chiamandomi nel cuore della notte per ricordarmi le canzoni da citare. Se fosse stato ancora vivo, sarebbe stato lui il produttore del film ma è come se lui fosse qui con noi.  Lui c’è anche se non c’è. Fatto sta che ben presto mi sono accorto di avere accumulato un bel po’ di materiali a lui dedicati e ho cominciato a prenderci gusto”.

Sottolinea come “realizzare questo film è stato come sottopormi a un anno di analisi. Dopo la pellicola si è aperto un dialogo tra noi, un dialogo che era mancato soprattutto per colpa mia, perché parlavo poco. Alla fine mi sono chiesto anche io cosa penseranno i miei figli di me, se si interrogheranno un giorno su chi ero prima di essere loro padre”. Spiega come si arrivato al cinema quasi per caso “Non volevo fare il regista, mi piaceva la musica e mi sono iscritto al Dams, perchè dovevo pure far qualcosa della mia vita, ho cominciato a realizzare film per caso e ho scoperto che mi piaceva”.

Ammette di aver a lungo sentito su di sé la responsabilità di portare avanti quell’impegno che ha sempre caratterizzato il percorso del padre: “Lui parlava per chi non aveva voce. Era una figura fortemente politica. Poi, ho capito che non possiamo caricare i figli delle responsabilità dei padri, sono nato in una famiglia borghese ma so cosa significa crescere in una famiglia povera, dai racconti di mio padre. Al tempo stesso io cercavo una narrazione diversa nel mio modo di essere artista”.

A prendere forma nella pellicola un itinerario capace di rendere appieno il Nino D’Angelo uomo del popolo, partito dal vico-quartiere di San Pietro a Patierno, orgoglioso della sua famiglia che portava ovunque, di papà Baffotto costretto anche ad emigrare per mantenere moglie e figli, innamoratosi a prima vista della moglie Annamaria, tanto da scegliere la soluzione della fuitina per sposarla. Un uomo, che ha fatto dell’autenticità la sua cifra distintiva, che scelse coraggiosamente di portare Napoli a Sanremo, malgrado i pregiudizi, di aprire il Teatro San Carlo alla sua gente. Legatissimo alla sua città, sarà costretto lasciarla per non sottostare alle leggi del racket “riuscì a fare in modo che non vivessimo quel trasferimento come un dramma. Per me fu una salvezza arrivare a Roma dove non ero più il figlio di Nino D’Angelo e mi sentivo finalmente libero, senza paura di essere giudicato. Solo dopo ho scoperto le ragioni di quel trasferimento. So che mio padre non me ne ha parlato anche per amore della sua terra”. Un viaggio che non dimentica la consacrazione da parte della critica, da Tano da morire a Senza giacca e cravatta, fino al riconoscimento di Miles Davis “proprio mentre io riscoprivo mio padre lo riscoprivano anche intellettuali e giovani. Ero arrabbiato con loro poichè mi facevano sentire come uno che non faceva altro che accodarsi agli altri”.

E ricorda quanto il rapporto con Fofi sia stato importante anche nella sua vita “Non solo ha fatto si che tanti altri apprezzassero mio padre e gli ha salvato la vita ma è diventato un riferimento anche per me. E’ stato la mia stella polare. Anche se ho finito per ribellarmi anche a lui. Mi diceva di non dedicarmi ai film polizieschi ma non l’ho mai ascoltato”. E  quando Michela Mancusi, anima dello Zia Lidia,  a cui spetta il compito di dialogare con Toni, gli chiede della reazione del padre nel vedere il film “Mi ha detto semplicemente grazie”. Ed è ancora Mancusi a sottolineare la forza di un film capace di raccontare insieme l’evoluzione della società e il difficile processo di crescita di un ragazzo: “Una storia privata e insieme universale, un racconto intimo che colpisce lo spettatore. E stato il film che ho amato di più al festival di Venezia”. Poi solo applausi ed emozione quando ammette “tra le sue canzoni ho scelto ‘O pate’ che racconta più generazioni di paternità, da mio nonno a mio padre fino a me, una comunanza di sentimenti”.

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