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La campagna elettorale, come è noto, è la fiera delle buone intenzioni, tra due giorni finisce e dal 25 si apre lo scenario della realtà e si chiude quello della finzione. Le questioni elencate dai vari leader sono più o meno le stesse: fisco, welfare, spesa pubblica e poi quelle più stringenti a partire dal caro bollette che tanto preoccupa gli italiani. Restano poi i temi chiave di questi anni l’emergenza sanitaria che ha avuto una pesantissima conseguenza economica e il conflitto russo-ucraino che ha riaperto il dibattito sulle sanzioni a Mosca e soprattutto sulla nostra collocazione internazionale. A destra il partito di Giorgia Meloni ha, come ha scritto Alessandro De Angelis “finora proposto un mix: elementi di continuità con l’agenda Draghi, un po’ di berlusconismo d’antan (le candidature di Tremonti, Pera e Nordio), frutto di un’assenza di classe dirigente, l’oscurantismo para-fascista sui diritti esibito nei comizi. Tutto questo può avere incorporati degli elementi di un’evoluzione possibile ma anche elementi di contraddizione, per un partito la cui forza è stata finora la crisi altrui e ha passato dieci anni a criticare senza mai assumersi una responsabilità”. Ora il passaggio da forza di opposizione a quella di governo è sempre un passaggio cruciale come sanno benissimo, ad esempio, i Cinque Stelle che dal movimento del vaffa si sono ritrovati rapidamente a Palazzo Chigi e hanno governato con tre maggioranze diverse. La Meloni in questi anni, così come era successo ai grillini dopo la prima legislatura, è cresciuta nei consensi ed è oggi la prima forza politica del centrodestra che, creato nel ’94 da Berlusconi, è più o meno rimasto identico ma Forza Italia non è più il partito egemone. Sarà interessante capire quanto questa coalizione conserverà della precedente esperienza di governo visto che proprio Draghi ha sottolineato che chi verrà dopo di lui dovrà fare i conti con il suo metodo. Profilo di governo che si incrocia con quello delle riforme e con il possibile inserimento del Presidenzialismo. Un conto però è prendere atto che l’attuale sistema parlamentare è malato e fragile e altra cosa è costruire una riforma con gli idonei pesi e contrappesi e con una vasta alleanza. Le riforme a colpi di maggioranza non sono mai una buona idea e soprattutto non hanno mai funzionato. Nonostante l’esperienza delle larghe intese del governo Draghi, la dialettica tra gli schieramenti è tornata esasperata. Ricostruire un cammino comune per le tante sfide che attendono il Paese non è così semplice ed inoltre il sentiero del buon governo e del realismo è stretto per qualsiasi forza politica, ma alla lunga la credibilità è molto più utile di tanti slogan urlati e mai applicati. Sgombrato il campo dalla campagna elettorale ci sarà per tutti uno spazio temporale lungo da occupare e occorre evitare che quello spazio si possa trasformare in un deserto, troppo grande da attraversare. Per occupare bene questo spazio un consiglio lo offre Marco Follini grande conoscitore della Prima Repubblica che ha giustamente osservato: “la politica è un altoforno: non si spegne, né può spegnersi, produce in continuazione, cose belle e cose brutte; la sua quantità è quasi sempre quella, è la qualità semmai che fa la differenza…La politica dei nostri giorni non ha prestigio e non ha tempo, in compenso i suoi fini sono per così dire sconfinati. Non si pone limiti, non conosce gradualità, ignora il valore della pazienza mentre la virtù nascosta della politica non risiede quasi mai nella sua massiccia produzione di proclami. Al contrario, è nascosta nel suo carattere felpato, nella sua capacità di attraversamento, nel suo senso della misura. È tempo che la politica sia meno e sia meglio”.

di Andrea Covotta

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