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Alla fine, anche il Capo dello Stato si è dovuto arrendere all’evidenza di una totale incomunicabilità tra le forze politiche. La sua proposta di un governo neutrale é apparsa dichiaratamente come l’unica, residuale soluzione prima di nuove elezioni. Un esecutivo che affronti le scadenze interne e internazionali più urgenti, con un orizzonte temporale prevedibilmente limitato a quest’anno.

Certo è che i partiti non hanno mostrato di avere a cuore gli interessi del Paese. Si sono trincerati dietro i loro giochi o comunque i loro interessi, senza curarsi minimamente dell’imbuto nel quale andava a trovarsi un sistema politico già in difficoltà. Per giunta paralizzato da un sistema elettorale inadeguato. Approvato più con lo scopo di ridurre le probabilità di vittoria del M5S che con l’intenzione di favorire una vera governabilità.

Neppure l’evidente avvitarsi della crisi su se stessa é valso a far recedere le forze politiche dai loro aventini o dai bellicosi propositi di riandare alle urne. Di fronte alle incombenze della legge di bilancio, alla necessità di neutralizzare l’aumento dell’Iva, di consolidare la ripresa e di rafforzare l’immagine del Paese e perciò di dargli sollecitamente un governo, partiti e movimenti hanno fatto spallucce. E si sono accusati a vicenda, senza neppure riconoscere la rispettiva parte di responsabilità.

Già nei giorni scorsi, dal Quirinale erano trapelate le preoccupazioni del Capo dello Stato per l’irrigidimento delle posizioni dei partiti. Il ritorno del M5S a posizioni più oltranziste e meno europeiste. L’arroccamento del Pd con il no a tutti. L’altolà di Salvini su ogni possibile forma di governo “tecnico” o “di tutti”. Un tintinnar di sciabole elettorali che aveva fatto drizzare le attentissime antenne del Colle. E convinto in maniera definitiva lo scrupoloso e cauto Mattarella a non affrontare i rischi di un governo che avesse il marchio del Presidente. La sua già istintiva riluttanza verso questa forma di intervento è stata enormemente accresciuta della consapevolezza che l’atmosfera da resa dei conti generata dall’incancrenirsi della crisi rendeva altissimi i rischi di una non – fiducia verso un esecutivo col timbro quirinalizio. Con tutte le incognite derivanti da una crisi istituzionale che avrebbe coinvolto lo stesso Colle, la cui moral suasion sarebbe apparsa mortalmente azzerata. Con le conseguenti ricadute in termini di immagine, di prestigio e quindi di complessiva credibilità politica dell’intero istituto presidenziale. Rischio non totalmente superato neppure oggi.

Sconfortante il panorama dei partiti. Il M5S sembra essere tornato agli avventurosi toni pre-elettorali. Il Pd é alla ricerca di identità e in preda a una crisi di nervi. Diviso ma timoroso perfino di contarsi. E perciò, come un pugile suonato, incapace di adottare le decisioni coraggiose necessarie per la sua ripresa. Particolarmente irresponsabile appare la volontà renziana – che condanna il Pd a rimanere fuori dai giochi – di sedersi sulla sponda del fiume per veder passare i cadaveri di Di Maio e di Salvini. Ci si sarebbe aspettato che il leader che ha più fortemente voluto un sistema elettorale che rinviava al dopo-elezioni la formazione delle possibili maggioranze non si sottraesse all’obbligo politico imposto da quella legge! Ora il Pd ha annunciato la propria disponibilità ad assecondare la richiesta del Presidente della Repubblica.

Senza molta convinzione (almeno nella componente renziana) e senza essere riuscito a dissipare la sensazione di inerzia e di irrilevanza denunciata da molti dei suoi padri fondatori! Nel centro-destra, ormai. le diversità politiche (e personali) rischiano di diventare sempre più delle insanabili fratture. Berlusconi, in fondo, non ha mai condiviso il cammino di una ricerca di intesa con i pentastellati, (riproposta anche in queste ore) per giunta da posizioni di secondo piano. Salvini, d’altra parte, aveva nettamente rifiutato l’idea berlusconiana di andare a cercare i voti in Parlamento per un governo di centrodestra. L’attuale debolezza dell’ex Cavaliere – per l’età e i suoi problemi personali – è stata però accresciuta anche dalla sua eccessiva condiscendenza verso gli alleati e dalla mancanza di visione strategica. Oggi si ritrova circondato dai Presidenti leghisti di Lombardia, Veneto e Friuli. E con il leader di una Leganon- più-Nord non solo come concorrente sul territorio nazionale ma anche come leader della coalizione.

FI appare un partito sempre più incerto sul suo futuro. Con un gruppo parlamentare esposto alle sirene di tanti richiami. Anche rispetto al Quirinale, del resto, mentre l’ex Cavaliere ha preso tempo (e cercato di allontanare l’ordalìa delle urne), Salvini ha controproposto le elezioni. Vedremo se questo governo a termine – i cui ministri non dovranno essere esponenti di partito – riuscirà a nascere. L’evidenza che la crisi ci consegna é che non c’è né un centro-sinistra pienamente consapevole delle sue responsabilità né un centro-destra liberale, parlamentare ed europeo.

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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