Il prezzo del petrolio frena sui tabelloni internazionali, ma la vera crisi naviga silenziosa e minaccia il tessuto industriale europeo in vista della stagione fredda. L’allarme non arriva più soltanto dalle materie prime energetiche in senso stretto, ma da una complessa catena di strozzature logistiche e industriali che rischia di paralizzare i mercati.
Al punto che l’amministratore delegato di TotalEnergies, Patrick Pouyanné, non ha usato metafore per descrivere l’attuale situazione: «Troppe raffinerie sono fuori servizio in vista dell’inverno», ha detto parlando in modo esplicito delle difficoltà che gravano sul mercato europeo. L’orizzonte continentale si oscura partendo da una carenza allarmante di prodotti raffinati, proprio mentre ci si avvia verso l’ultimo trimestre dell’anno. La domanda europea di carburante per aerei, ad esempio, deve fare i conti con un ammanco stimato in 510.000 barili al giorno, mentre le scorte cruciali nell’hub di Amsterdam-Rotterdam-Anversa sono scivolate a quota 454.000 tonnellate, segnando i minimi degli ultimi sette anni.
Ma c’è un secondo fronte, forse ancor più critico, che i mercati stanno riscoprendo in queste settimane: il bene scarso non è più solo la materia prima, bensì la flotta necessaria a trasportarla.
Il settore sconta una forte carenza di supertankers VLCC, i giganti del mare in grado di spostare fino a due milioni di barili a viaggio. Degli 860 esemplari presenti a livello globale, se si sottraggono i vascelli ormai obsoleti e le cosiddette “flotte ombra” impiegate per aggirare le sanzioni internazionali ai Paesi colpiti da restrizioni, restano operative meno di 600 unità.
Una contrazione dell’offerta che ha effetti immediati sui costi. Come sottolineato dagli esperti di Kpler, «l’improvvisa crisi di offerta tra le superpetroliere ha spinto il costo del trasporto del petrolio attraverso lo Stretto ai massimi storici». Le tariffe di noleggio in partenza dal Golfo e dirette verso la Cina sfiorano ormai la soglia simbolica del milione di dollari al giorno, un rincaro che si traduce in un onere aggiuntivo di ben 26 dollari su ogni singolo barile trasportato.
A complicare ulteriormente il quadro vi è la localizzazione dei mezzi. Secondo le stime degli analisti di Clarksons Research, «circa il 15% della flotta globale di VLCC si trova al largo delle coste dell’Oman», una concentrazione anomala che finisce per sottrarre navi preziose ad altre rotte commerciali strategiche.
In questo scenario complesso, il sistema economico continentale mostra una fragilità di fondo che va ben oltre la semplice oscillazione delle quotazioni petrolifere. In altre parole, come ricordano da tempo gli imprenditori, il nostro sistema industriale rimane in ostaggio di una catena logistica vulnerabile e di fluttuazioni energetiche che non dipendono unicamente dai pozzi di estrazione, ma dalla complessa macchina che collega i porti di tutto il mondo alle fabbriche europee.


