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Crisi umanitaria in Afghanistan, intervista a Riccardo Noury (Amnesty International)

Di Matteo Galasso

La caduta di Kabul, l’escalation militare dei Talebani e la conseguente crisi umanitaria, diventata ormai ingestibile e di difficile e complessa risoluzione, rischiano in pochi mesi di provocare la morte di migliaia di afgani sia da parte di gruppi armati sia per l’assenza di acqua, cibo e cure mediche. Ne abbiamo parlato con Riccardo Noury, portavoce nazionale di Amnesty International

Riccardo Noury come reputa la “fuga” precipitosa dell’Occidente dall’Afghanistan?

Una decisione irresponsabile, presa unilateralmente dagli Stati Uniti, seguiti dalle altre forze internazionali che hanno preso parte a questi vent’anni di presenza del Paese. Era evidente da ogni punto di vista che i Talebani non aspettassero altro che questo ritiro: essere così precipitosi è stato inutile e controproducente. Si è tornati, in qualche settimana, a una situazione molto simile a quella del quinquennio 1996-2001, a cui risale il primo dominio talebano in Afghanistan.

Anche se abbiamo portato con noi attraverso un ponte aereo più di 100 000 cittadini afghani, tra collaboratori e non, ci siamo lasciati alle spalle altre 38 milioni di persone, che si sono viste completamente abbandonate dall’Occidente: qual è la soluzione per aiutare chi è in difficoltà e potrebbe essere perseguitato dal nuovo regime islamico?

È vero che 116.000 persone sono state portate via dall’Afghanistan, ma credo che l’attentato che lo Stato Islamico ha rivendicato all’aeroporto di Kabul sia stato un ottimo pretesto per interrompere in anticipo le operazioni di evacuazione anche rispetto alla scadenza del 31 agosto.

Ci sono, però, altre centinaia di migliaia di persone in grave pericolo, a cui non vengono offerte che vaghe promesse, come quella che sarà – in qualche modo – favorita la loro evacuazione via terra. Di questo non abbiamo alcuna certezza: infatti, un’uscita via terra implica che i Talebani riaprano i valichi di frontiera e che i Paesi confinanti gli permettano di tenerli aperti. Per la popolazione, nel suo complesso, si apre un periodo difficile, al di là dei soggetti che rischiano di più per il loro attivismo politico, il loro orientamento sessuale o per il loro credo religioso. La crisi non è iniziata il 15 agosto, ma già negli ultimi anni e mesi: ci sono circa 3 milioni e mezzo di sfollati, una campagna vaccinale inesistente, bambini in condizioni di indigenza: questo ci fa capire come i talebani non siano l’unico fattore di rischio per i cittadini afghani. La fame, la povertà, l’emergenza sanitaria sono altri fattori che faranno, con ogni probabilità, degenerare la situazione.

Crisi politica è uguale a crisi umanitaria. Per questo si rischia di assistere a un fenomeno di migrazione verso l’Europa molto simile a quello che coinvolge il deserto del Sahara e poi il Mediterraneo. Si tratta di percorsi brutali e difficili da attraversare, dove i rifugiati rischierebbero di essere denunciati e catturati o di morire lungo la strada. Qual è la soluzione per frenare un nuovo mercato dei trafficanti umani, salvando comunque tutti coloro che scappano?

Semplice: favorire uscite in modo legale e sicuro, fornendo visti a breve termine e siglando accordi bilaterali con i Paesi circostanti. Sinceramente non credo ci sarà un afflusso migratorio importante verso l’Europa, perché la Turchia ha eretto un muro al confine con l’Iran e la Greciaal confine con la Turchia. La posizione concorde dell’Ue è quella di creare, come abbiamo visto con i rifugiati siriani in Turchia, dei parcheggi nei Paesi limitrofi: Pakistan, Iran ed ex Stati Sovietici dell’Asia Centrale. Il problema è rappresentato, più che altro, da chi ha già iniziato il viaggio lungo la rotta Balcanica, fuggiti già mesi fa. In questo caso non vedo che un’unica soluzione: farli attraversare le frontiere Europee, per evitare un meccanismo di respinta da un Paese all’altro.

Mi ritorna in mente quell’intervista fatta ai talebani qualche anno fa, dove alla domanda: ”Darete alle donne un ruolo nel governo del Paese se al potere?”, gli intervistati iniziarono a ridere. Donne e bambine sono seriamente a rischio in questo momento, oltre ad aver perso i loro diritti. A cosa è servita dunque la nostra presenza in quella nazione, se dopo una settimana dalla partenza dei soldati Nato sono stati annullati vent’anni di civilizzazione?

Ciò che è accaduto si spiega con il fatto che l’Occidente abbia investito tutto in equipaggiamento militare, trascurando ogni altro aspetto: sono state spese somme enormi in armamenti, riducendo qualunque contributo allo sviluppo economico, sociale e culturale. Per questo non si è inculcato nella popolazione il concetto di rispetto dei diritti umani. Tra l’altro il tutto era prevedibile ed evitabile: i negoziati a Doha sono durati mesi, in cui non si è fatto altro che permettere ai Talebani di rafforzare la loro strategia di presa del potere. Le donne hanno visto annullarsi in un attimo vent’anni di conquiste, moderate, ma neanche tanto, perché sono riuscite ad entrare a far parte della classe dirigente, della stampa e della scuola. Il messaggio che i talebani hanno dato è che rispetteranno i diritti delle donne, ma nell’ambito della Sharia.

Qualcuno dice che è successo esattamente ciò che era stato pianificato dagli accordi che prevedevano l’abbandono del Paese da parte degli americani: vogliamo esportare democrazia, ma, quando vengono meno i nostri interessi, siamo disposti ad abbandonare un intero popolo. Lo spirito umanitario dell’Occidente è venuto meno all’improvviso?

Non credo che le iniziative dell’Occidente, portate avanti con combattimenti militari, abbiano avuto a che fare con mobilitazioni umanitarie. Limitandoci solo a questo secolo, ogni conflitto, dall’Iraq all’Afghanistan e ogni decisione, di intervenire o non militarmente, è stata vincolata prima di tutto a un interesse economico, priva quindi di qualunque valutazione sul piano umanitario. Biden ha detto proprio questo: siamo andati in Afghanistan per vendicare gli attacchi dell’11 settembre e non per esportare democrazia.

Colpisce la dichiarazione al New York Times di Zarifa Ghafari, 27 anni, la più giovane sindaca dell’Afghanistan, a Madian Shar. Nonostante i talebani potrebbero ucciderla da un momento all’altro, non ha paura. Dobbiamo assolutamente offrire asilo politico agli attivisti che si oppongono ai Talebani: sarebbe intollerabile dover assistere ad altra violenza nei confronti di chi si batte per i diritti umani.

Non c’è dubbio. Non dobbiamo fare della vittimizzazione delle donne il nostro cavallo di battaglia. Ma molte di quelle che hanno avuto ruoli pubblici sono nella lista di obiettivi dei talebani. Lungi dalla vittimizzazione, sono persone che rischiano la propria vita in ogni momento: chiamano disperatamente i loro contatti all’estero per trovare un modo per scappare. Questo ci fa capire quanto urgente sia un nuovo meccanismo funzionante di evacuazione da contrattare con i Talebani. Dobbiamo farlo subito: è questione di giorni se non di ore.

La Nato se ne va, Emergency e tante altre organizzazioni umanitarie restano, in che modo possiamo garantire a chi resta il massimo supporto in termini economici e di protezione?

Il compito delle Ong per i diritti umani e l’assistenza medica è di mettere insieme codici materiali, umani e morali prodotti da operazioni come quelle della Nato in Afghanistan: venuta meno la forza militare, rimangano coloro che hanno il compito di salvare vite. Emergency ha dato prova di grande coraggio e imparzialità in questi anni, cosa che gli ha garantito un rispetto bilaterale. Spero che i talebani comprendano il valore di questa Ong: in questo momento, ma anche e se si uscirà da questa fase transitoria, non possono permettersi di perdere un presidio umanitario all’avanguardia che continua nonostante tutto a salvare vite.

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