di Michele de Gaetan
La vittoria di Sal da Vinci all’ultimo festival di Sanremo ha acceso discussioni nel nostro paese (poche di ordine strettamente musicale, molte di ordine sociologico). Non è mancata qualche riflessione anche tra noi “dottori laureati” ( come ci avrebbe chiamato Montale) in occasione di una cena tra amici e colleghi del nostro Liceo “Archimede” di Roma. Naturalmente, il nostro interlocutore a distanza é stato il preside Virgilio Iandiorio, sei anni proficui e intensi nella nostra scuola.
Chi pensava (certamente non tra noi) che “PER SEMPRE SI ” fosse una canzone adatta ai matrimoni della camorra (nessun intellettuale ha mai fatto riferimento ai Mariachi del Mexico con la loro musica per funerali e matrimoni o a Goran Bregovich con la sua orchestra di ottoni e tamburi, anch’essa per matrimoni e funerali) é stato clamorosamente smentito dalla versione della canzone sanremese in numerose lingue, dal francese allo spagnolo, dall’inglese al giapponese.
Ebbene, il nostro Preside ci ha fatto sorprendentemente pervenire la versione latina di “PER SEMPRE SI” in traduzione ” ITA IN AETERNUM “: Nella stessa giornata, l’amico Virgilio ci ha inviato, non casualmente, un suo brillante articolo in cui si domandava se abbiamo ancora bisogno del latino.
La risposta immediata non potevamo trovarla che nel titolo della canzone di Sal da Vinci: per sempre si, o meglio … Ita in aeternum. Le considerazione sempre acute e dotte di Iandiorio, le sue analisi assolutamente condivisibili, hanno portato anche me a raccontare qualcosa che riguarda il latino e il suo percorso faticoso e turbolento negli ultimi 60 anni della nostra storia scolastica…e non solo.
Il 31 dicembre del 1962, con l’avvento in Italia del primo governo di centrosinistra, si realizzò la lodevole Riforma della Scuola Media Unica, con la inevitabile cancellazione dell’anacronistico Avviamento Professionale. Chi, però, pagò dazio fu ingiustamente l’insegnamento del latino. Il suo insegnamento fu lasciato soltanto in seconda media ma come “cenni” all’interno della lingua italiana.
In terza media il latino divenne solo una materia facoltativa, obbligatoria per chi si sarebbe poi voluto iscrivere al quarto ginnasio. Per poi scomparire definitivamente nella seconda metà degli anni 70.
Le tensioni politiche e sociali del dopo ’68 fecero la loro parte anche nelle scelte didattiche di una scuola che voleva stare al passo coi tempi.
Non sorprende, però, che un “rivoluzionario colto” come Mario Capanna, leader indiscusso delle contestazioni studentesche, il 14 Novembre del 1979, parlò al Parlamento Europeo in latino per indicare il valore della cultura classica e della lingua latina nella formazione dell’Europa.
La Presidente del Parlamento Simone Veil lo interruppe, chiedendogli di esprimersi in una lingua istituzionalmente europea. Capanna, però, non si arrese e continuò a parlare in latino fino al termine del suo discorso.
Un’altra data significativa è quella del 7 marzo 1965 quando papa Paolo Sesto celebrò la prima messa in lingua italiana in una parrocchia di Roma, pochi mesi prima della conclusione ufficiale del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo. Senza scomodare il Concilio di Tours (813), si trattò di una scelta rivoluzionaria e politica che avvicinava il popolo di Dio come comunità di credenti interagenti più direttamente con le gerarchie ecclesiastiche e con i nuovi tempi. La Messa in italiano annullò, però, quella confidenza rispettosa che chierichetti e popolino, anziani e bizzoche avevano avuto da sempre con il latino. Non mancavano gli errori che portavano spesso a farci sorridere durante il canto del Tantum Ergo o della recita della Salve Regina. Ma il latino era sentito come un privilegio nella espressione della propria devozione. Nostalgia dei tempi belli di una volta? Forse si.
Ma piace anche a me immaginare come Virgilio ( non quello di Mantova) che prima o poi si possa ipotizzare e anche praticare una lingua latina europea che possa condurci ad una Europa finalmente unita.


