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I contagi non calano anche a causa della variante omicron e la doppia morsa sanitaria ed economica non si allenta. In questo quadro il sistema paese si regge da quasi un anno su due gambe: Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi, le alternative o non ci sono oppure sono vaghe. Su un punto dunque i partiti dovrebbero essere tutti d’accordo: un equilibrio così fragile non può permettersi l’instabilità e la stabilità attuale, garantita da queste due figure, sta per finire. Tocca dunque immaginare altre soluzioni ed inoltrarsi in una terra inesplorata che potrebbe portare alla fine della legislatura o ad un ultimo anno contrassegnato da un possibile percorso ad ostacoli perché il Pnrr che tante speranze alimenta e già in ritardo e soprattutto perché i partiti saranno impegnati a piantare paletti e bandierine in vista della campagna elettorale per le politiche. La vera questione è però un’altra, dopo anni di assenza della politica sostituita prima da un eccesso di propaganda e poi dall’abilità di un “grand commis” di Stato, la democrazia ha bisogno della politica e non può reggersi solo sui voti di una maggioranza parlamentare, necessita di valori di riferimento e di una rappresentanza degli interessi diffusi e legittimi che provengono dalla società. Come ha scritto Ezio Mauro “la prassi sta ingoiando ogni teoria, manca nel Parlamento e nel Paese la tensione e lo sforzo culturale che annunciano le stagioni del cambiamento, ogni cosa è provvisoria o estemporanea”. I partiti non stanno vivendo questa stagione del governo Draghi come un passaggio che potrebbe determinare equilibri diversi, ma come una parentesi necessaria nell’attesa di un ritorno al bipolarismo quantitativo e muscolare che nulla ha prodotto in tutti questi anni. Non si assiste ad un recupero dei territori che sono lasciati nella migliore delle ipotesi alla guida di ogni singolo governatore o sindaco, non c’è un recupero di una presenza autonoma rispetto a chi amministra. Se la prima Repubblica è stata dominata dai partiti e la seconda da un leaderismo sfrenato, nella possibile terza nemmeno si intravede un orizzonte chiaro. Del resto questi sono stati anni di grande confusione e cambiamento dove come ha scritto Mattia Feltri “la vera egemonia culturale è stata quella dell’antipolitica, sposata dai partiti sopravvissuti e dai nuovi che hanno sentito l’obbligo di essere antipolitici per marcare la distanza con la partitocrazia della Prima repubblica. Si è cominciato con la sciagurata abolizione dell’immunità parlamentare, è proseguita con l’erosione costante del finanziamento pubblico, ha assunto toni parodistici con l’arrivo di Beppe Grillo, la sua guerra ai vitalizi (che andavano semplicemente razionalizzati), agli emolumenti, a qualsiasi utilità stabilisse che un parlamentare non è un cittadino qualsiasi, ma il rappresentate degli interessi dei cittadini. Però anche la parodia ha vinto”. Dunque in questo quadro così frammentato tocca a questo Parlamento, pieno di persone che hanno cambiato partito e casacca e dove il gruppo misto è sempre più numeroso, ad essere chiamato tra poco all’appuntamento solenne della scelta del prossimo inquilino del Quirinale. Un appuntamento talmente complesso che andrebbe preparato costruendo una maggioranza con dei solidi punti di riferimento. Manca però totalmente una intelligenza degli avvenimenti come avrebbe detto Aldo Moro. In molti leggono oggi la fase difficile della pandemia come simile a quella della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale. Tempi di feroci contrapposizioni ideologiche che però non impedirono ai politici di allora di avere uno slancio e una visione comune, senza quelle intelligenze e quelle classi dirigenti non avremmo mai avuto la crescita economica e sociale del Paese pur con tutte le sue successive distorsioni. L’abilità di un politico è governare i cambiamenti e non subirli.

di Andrea Covotta

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