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Il governo che solo 45 giorni fa ha ottenuto il via libera dal Senato con uno scarto di oltre 50 voti e dalla Camera con 350 sì contro 236 no, e che può contare inoltre sulla benevola astensione dei Fratelli d’Italia e sulla non belligeranza di un’opposizione (Pd e Forza Italia) in stato confusionale, sarà probabilmente costretto a mettere la fiducia la settimana prossima per far approvare il primo e finora unico decreto legge importante, presentato e pomposamente battezzato all’insegna della “dignità”. E’ lo stesso governo il cui presidente fa del “silenzio operoso” il suo biglietto da visita, anche se si rende conto che “non è apprezzato da tutti come una virtù”. Ma lui, Giuseppe Conte, tira dritto, dice di ispirarsi niente meno che ad Aldo Moro, di andare d’accordo con tutti i premier europei, da Macron alla Merkel a quegli ostici micragnosi del gruppo di Visegrad, per non parlare di Donald Trump che appena lo ha visto in Canada si è affrettato ad invitarlo alla Casa Bianca, anche se si ostina a chiamarlo “Giuseppi”, storpiando un po’ la pronuncia, ma fa niente.

La “mediazione di giurista pragmatico”, che è il metodo di lavoro vincente del presidente del Consiglio (garantisce lui), avrà probabilmente ragione anche dei contrasti che hanno mandato in fibrillazione una maggioranza parlamentare che dovrebbe essere granitica; però il ricorso alla fiducia per blindare l’iter di un testo che dovrebbe essere il fiore all’occhiello o meglio l’emblema di un “cambiamento” continuamente evocato come una salvifica giaculatoria, mostra che c’è qualcosa che non va nella compagine ministeriale. Dalla prima alla seconda, fino alla terza Repubblica, i governi mettono la fiducia non per rintuzzare gli assalti delle opposizioni, ma per mettere a tacere i dissensi interni: è una costante che tutti conosciamo, e che non muta col mutare delle stagioni politiche. E se si ricorre alla fiducia oggi, si può immaginare che cosa ci riserberà l’immediato futuro quando, superata l’estate, il ministro dell’Economia Giovanni Tria dovrà confezionare, presentare al Consiglio dei ministri e mandare in parlamento quel provvedimento che oggi si chiama “Legge di stabilità”, e che riassume i conti del dare e dell’avere dello Stato; le riforme previste dal programma e le risorse per finanziarle, con un occhio alle richieste dei colleghi ministri e l’altro alla tenuta del bilancio, alla vigilanza esercitata dalla Commissione europea, al giudizio senza appello dei mercati. Anche qui, da che mondo è mondo, la Legge di stabilità che una volta si chiamava Finanziaria, è terreno di scontro fra le esigenze dei politici, che vorrebbero aver mano libera per spendere, e dei tecnici, che invece guardano alle compatibilità, cioè tendenzialmente non guardano in faccia a nessuno. Già nelle scorse settimane, attorno al “decreto dignità” si è sviluppata una dialettica inedita, fra le due componenti “politiche” della maggioranza e un “terzo partito”, quello appunto di chi è chiamato a tenere in ordine i conti o a ben rappresentare l’Italia all’estero. Poi la “mediazione” di Giuseppe Conte, o forse qualche altro intervento che ancora non ci è noto, ha calmato le acque un po’ agitate, ma c’è da ritenere che le increspature torneranno a manifestarsi alla prima occasione utile.

Non è priva di significato, in proposito, la circostanza che a rasserenare il clima abbia contribuito decisamente, nelle ultime ore, l’accordo intervenuto per la nomina dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti, la cassaforte dello Stato, che raccoglie il risparmio postale degli italiani ed ha attualmente una dotazione valutata in 250 miliardi di Euro. Per capire quanto conti il potenziale finanziario della CdP, e quali categorie di persone si affidino ad essa, basta affacciarsi in un qualsiasi ufficio postale, soprattutto in quelli di provincia, nei giorni del pagamento delle pensioni Inps. Ecco, c’è il sospetto che la massa d’urto della Cassa possa essere utilizzata per finanziare le riforme del “cambiamento” (reddito di cittadinanza, flat tax…); e la messa in stato d’accusa del presidente dell’Inps Tito Boeri, reo di aver denunciato le magagne del “decreto dignità”, non fa che rafforzare i dubbi.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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