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Disuguaglianze, problema politico 

Mentre si restringono i tempi per la risoluzione della crisi di governo, due fatti rilevanti ci hanno ricordato, questa settimana, la questione delle crescenti disuguaglianze.
L’appello delle 400 donne del Pd, quella tra uomini e donne. E il documento Ocse, quella tra abbienti e meno abbienti. Temi strategici, che la politica della cosiddetta seconda repubblica ha trascurato, ma che condizioneranno sempre p Le quattrocento dirigenti femminili del Pd manifestano poca fiducia verso il gruppo dirigente di un partito “sempre più chiuso” e arroccato “dietro trattative di soli uomini”. Da notare la curiosità che a promuoverlo è stata una ex componente (con delega alla scuola) della segreteria Renzi . Il documento, estremamente significativo, sottolinea – senza sconti – le conseguenze del meccanismo truffaldino delle pluri-candidature previste dal Rosatellum voluto da Renzi, da Salvini e da Berlusconi. “Nella scorsa legislatura, anche grazie alle primarie con la doppia preferenza di genere – ricordano – eravamo il gruppo più rosa del Parlamento. Abbagliate dal primo Governo con il 50 e 50, ci siamo fidate. Abbiamo pensato: è fatta. Un errore politico fatale che non ripeteremo mai più”. Le dirigenti ribadiscono la loro ferma l’opposizione alle pluri-candidature di poche che favoriscono l’elezione degli uomini”. Sono bastate le pluricandidature di 8 donne per escludere 39 candidate e favorire l’elezione di altrettanti uomini”. Così “per la prima volta il Pd è sovrastato nella rappresentanza femminile parlamentare da M5S e dalla destra”, che affidano “la leadership dei gruppi parlamentari e le cariche istituzionali alle elette”. Le dirigenti chiedono perciò che “le Regionia guida Pd introducano la doppia preferenza di generenelle leggi elettorali”. Altra parte estremamente significativa dell’appello è l’analisi delle insufficienze dell’azione politica del Pd negli ultimi anni. Secondo le donne del Pd “La crisi di identità del Pd…nasce dalla difficoltà a rappresentare i bisogni della società e soprattutto delle fasce più deboli che inevitabilmente si sono affidate a promesse populistiche o si sono chiuse nelle paure. Abbiamo perso la sfida contro le disuguaglianze. Non abbiamo saputo costruire una visione di società offrendo un orizzonte in cui credere e sperare”. Analisi di esemplare chiarezza e di assoluta linearità. Mai fatta collettivamente negli organismi dirigenti del partito, per conformismo o servilismo, negli anni della “dominazione” renziana. Essa, con gli approfondimenti e i mutamenti di linea conseguenti, avrebbe probabilmente risparmiato alla forza principe finora della sinistra italiana (in futuro, chissà…) la sua caduta nel baratro. E ai dirigenti e ai militanti nei territori lo smarrimento conseguente al vistoso tentativo di alterazione delle radici storiche e politiche del loro partito. Le dirigenti Pd rivendicano “l’effettiva rappresentanza paritaria ad ogni livello, ispirata a merito, competenze e rappresentatività politica territoriale, piuttosto che a logiche di fedeltà politica”. Intanto, sul Pd renziano si sono abbattute anche le durissime parole dell’ex braccio destro di Veltroni, Bettini, che parla di un “partito asfissiante”, dove non c’è spazio per un “approfondimento reale”, dominato da un “imperatore e dai suoi feudatari sul territorio”. I modelli da imitare sono diventati i vincenti, ci siamo avvicinati alle élite della finanza, ci stanno simpatici i Marchionne e i Briatore”. L’altro richiamo importante della settimana è arrivato dall’OCSE, che in un rapporto ha sottolineato come in Italia siano cresciute fortemente le disuguaglianze. Infatti il nostro Paese ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri. Il 43% della ricchezza è in mano al 10% della popolazione, mentre il reddito medio del 10% meno abbiente è inferiore alla media dei paesi Ocse. Redditi da lavoro, capitale e risparmi sono diventati il 33% più diseguali. Le classi più abbienti hanno beneficiato maggiormente della crisi economica. E il tasso di povertà minorile, pur calato, appare superiore alla media dei Paesi Ocse. Queste cifre la dicono lunga su un disagio che viene da lontano. E’ infatti dall’incapacità (o la non volontà) di affrontare questi problemi reali che è derivato il terremoto politico del 4 marzo!

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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