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di Monia Gaita

Sale a pinnacolo l’esercito dei positivi e aumenta la paura.
Ma è una paura diversa. È una paura altruista e solidale.
È una paura protettiva quella che sentiamo.
Abbiamo paura per noi e per gli altri.
Ognuno teme di finire contagiato dal virus o di indossare i panni del contagiatore.
Anzi, quest’ultima evenienza è ancora più paventata.
L’epidemia ci riconsegna più buoni: ciascuno comprende che la sua salute e quella dell’altro sono in affare reciproco.
Se sto bene io, stai bene anche tu e viceversa. Se fallisco io, fallisci anche tu e stramazziamo entrambi sul lastrico.
Stiamo tutti accampati nella stessa zona incerta e malagevole.
L’edificio che avevamo faticosamente costruito, non ha saputo ripararci. Dopo quest’ora di demolizione, ci toccherà gettare le fondamenta del Paese futuro.
Adesso dobbiamo solo impedire che il morbo assalitore abbia la meglio, che questa pestilenza s’avventi sulle cellule.
Occorre la dedizione a una causa: uscire dalla paralisi forgiando un nuovo concetto di comunità.
Avremo un prima e un poi, così come ogni epoca ha conosciuto marce di regresso e di progresso.
È attorno al poi che dovremo coagularci incorporando il noi più dell’io. Perché l’umanità ha ancora vita nelle vene.
Ha sempre perseguito l’obiettivo di sbaragliare i parassiti, di contenere e superare i cataclismi, di esercitare un controllo puntuale sulla natura.
Ma a volte la natura ci tradisce, avoca a sé ogni potere implementando l’assetto del disordine.
Ecco perché dobbiamo incentivare la coesione interna.
Il disordine si vince con l’ordine, il nemico con la strategia, l’infezione con il rimedio.
Ecco perché bisogna avvolgere alla spola delle istituzioni, comportamenti e obiettivi.
Dobbiamo riorganizzarci e reclutare le giuste energie per fronteggiare le perdite.
Dobbiamo trasformare l’arresto dell’economia in ripartenza.
Dobbiamo compensare il trauma del mercato dando risorse e linfa al lavoro, al settore agricolo, alla cultura, alla sanità, al turismo, alle borse che crollano, alle imprese che sprofondano, ai ricercatori, ai giovani che emigrano, agli artigiani, agli operai e ai professionisti che vacillano.
Il Nord e il Sud insieme, dopo questa dura prova corale di sofferenza e vicinanza condivise.
Dobbiamo scansare la resa, allontanare lo spettro della recessione. Dobbiamo, infine, capire se le nazioni dell’Europa che tastano da settimane, la desolata affinità dei ricoveri ospedalieri, dei morti e delle mascherine sterili, vorranno divorziare da quella concordia di intenti, messa in diverse circostanze a repentaglio, e così preziosa per il benessere e il progresso dei popoli.

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