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Don Nicola Gambino, la storia e i giovani

di Virgilio Iandiorio

Se si chiedesse ad amici e conoscenti di racchiudere in una immagine il ricordo di Mons. Nicola Gambino (1931-2000), credo che tutti lo ricorderebbero dietro la sua scrivania circondato da pile di libri e cartelle di appunti. A Rocca San Felice, a Candida o a Mirabella, paesi che l’ hanno avuto parroco, i libri e le carte erano la sua passione, la ricerca storica lo intrigava a tal punto da lasciare in ognuna di queste comunità un segno tangibile del suo legame forte con la terra che l’ospitava.

Nel 1957 nella premessa all’opuscolo dedicato alla storia di Rocca San Felice con poche espressioni delineava il suo modo di fare storia: “Ho inteso raccogliere alcuni ricordi di avvenimenti antichi prima che svaniscano come moltissime memorie del nostro passato disperse con evidente ignoranza”. La sua ricerca storica, però, ha una finalità, suscitare nella comunità l’entusiasmo necessario per migliorarne le condizioni di vita culturale e materiale.

Per Mons. Gambino la ricerca storica era un coinvolgimento totale. Non si può scrivere della storia di una comunità se non ci si sente pienamente immersi in essa. E’ un’idea che il parroco-archeologo chiarisce molto bene nella dedica a don Pasquale Di Fronzo del volume su Aeclanum Cristiana:” (la ricerca storica) non è un esercizio erudito per raccogliere le notizie meno note o più curiose della vita paesana del passato. Ma è lo sforzo di penetrare attraverso fatti episodici nell’animo del popolo al quale apparteniamo. L’individualità del paese oltre che spiegare anche la nostra indica pure la corsia preferenziale sulla quale camminerà lo sviluppo futuro ed il miglioramento morale, religioso ed economico del popolo”.

Lo storico di una comunità locale è quasi un “osservatore o un inviato speciale per rendere conto della direzione e della speditezza del cammino di un popolo”. Come può lo storico rimanere distaccato dal racconto degli avvenimenti che riguardano la sua comunità?

“Non riusciamo –sottolinea mons. Gambino- ad essere degli osservatori freddi e imparziali dei fenomeni popolari, poiché come fisicamente siamo condizionati dall’ereditarietà della famiglia, così culturalmente lo siamo del nostro paese.

Ecco perché il nostro modo di scrivere storia non è mai distaccato ed estraneo, ma ne siamo coinvolti fino ai capelli. E’ vero che tale situazione non deve manipolare il giudizio che possiamo esprimere, ma è altrettanto vero che uno studioso di storia locale non può parlare o scrivere senza un particolare calore, anzi con affetto”.

Quando si accingeva a scrivere la storia di una comunità o Mons. Gambino si chiedeva se valesse la pena pubblicarli. Egli sosteneva che la storia antica ha sempre un legame con l’attualità storica del nostro tempo; e nell’opuscolo sulla chiesa avellinese del 1990 affermava:” La logica delle svolte storiche oggi si ripete, anzi la viviamo”

Una attenzione particolare poneva al lettore delle sue opere. Quasi tutti i suoi lavori hanno una premessa che è un vero e proprio colloquio con l’ipotetico lettore. I suoi libri possono sembrare a volte anche prolissi; ma Mons. Gambino aveva la preoccupazione di far giungere in modo completo il suo messaggio, anche a costo di essere ripetitivo. Eppure immaginava, sperava che il lettore delle sue opere avesse un volto giovane. Così infatti scriveva nella premessa all’opuscolo sopra richiamato:” Certamente è per tutti, ma sarà diffuso particolarmente tra i giovani e tra gli studiosi. Ai giovani servirà come una guida. Agli studiosi farà da stimolo perché nell’impegno di correggermi e di completarmi, complice la curiosità, affronteranno la ricerca su cristianesimo antico nella nostra diocesi e nell’intera Irpinia”.

La consapevolezza che le sue pubblicazioni non mettessero la parola fine alle questioni affrontate induceva Mons. Gambino ad una riflessione sincera sulla validità scientifica dei suoi scritti e sull’organicità del suo discorrere. “Non ho avuto –confessava- disponibilità di tempo per fare una nuova ricerca, ma desiderando che qualcuno tornasse sull’argomento ho ricucito alcune pagine scritte in passato”. Mons, Gambino rapsodo di sé stesso. “Però ho dato loro –così proseguiva il suo ragionamento- una spolveratine e un po’ di colore. Alla fine mi è parso un lavoro abbastanza nuovo: del resto nuovi sono i lettori, quei giovani con i quali vorrei camminare un poco per scuotermi di dosso la polvere degli anni”. E così concludeva:” Se mi perverranno molte critiche sarà perché l’avranno letto in molti. A questi dico fin d’ora sinceramente grazie perché si va realizzando il desiderio: far vento nel bosco per farlo vivere”.

Un lavoro storicamente corretto non può non essere un ottimo servizio al paese di cui narra le vicende. L’utilità della storiografia locale si coniuga con la sua correttezza di indagine e di esposizione. Soprattutto se riguarda eventi religiosi. Mons Gambino sa molto bene che esiste una varietà di indirizzi storiografici e diversi modi di fare ricerca, per questo è sempre rispettoso delle ipotesi degli altri e se con garbo ne contesta qualcuna lo fa con il suffragio delle prove documentarie. Non solo; negli ultimi anni della sua vita si fece sempre più insistente l’idea che una ricerca di storia locale dovesse essere scritta a più mani. E così nel 1991 videro la luce i due volumi sulla Mefite.

E’ tanta la passione per la riscoperta del passato della propria terra, e altrettanto il rammarico per il patrimonio perduto, che una pagina dell’introduzione al primo volume sulla Mefite ha il ritmo di una poesia in versi sciolti:

Forse non spunterà mai fuori

un’opera d’arte da far notizia,

ma quel territorio riuscirà ancora

ad ammaliarti

con quel tanto di cocci

che trovi così spesso

riversi sui campi arati “.

 

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