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Don Vincenzo e i suoi ragazzi, a Castelfranci il ricordo è sempre vivo

Felice Santoro

Nei  giorni centrali del mese di marzo i pensieri e i ragionamenti  collettivi ritornano  ancora di più su una persona  che ha segnato a lungo la vita della comunità: Don Vincenzo Buccino. Di Bagnoli Irpino, parroco a Castelfranci dal 1960 al 2001, è scomparso  esattamente otto anni fa, il 17 marzo del 2017. Un anno dopo è stata  scoperta una targa di intitolazione  della sala teatrale della casa canonica con il suo nome. Nell’occasione  Don Enzo Granese, suo successore, ha portato  un  saluto intenso e commovente,  sottolineando  il  forte legame con la comunità e il senso di misericordia che ha caratterizzato la sua azione pastorale.

Don Vincenzo era fatto così: severo e comprensivo, talvolta duro, ma sempre attento a quanto gli succedeva intorno. Presente, attivo, di intelligenza rara, di grande e profonda cultura. La casa canonica   era il luogo dell’incontro e le ore scorrevano serene in lunghi pomeriggi trascorsi tra biliardino e ping pong , dama e monopoli, con genitori tranquilli che sapevano dove si trovassero i figli  e soprattutto  chi  li stesse seguendo.  “Giù a Santa Maria” si giocava a pallone fino a quando non si vedeva più, ed anche oltre, e il suo occhio vigile arrivava pure lì. Educatore appassionato e formatore sensibile aveva  voluto la realizzazione di un ampio salone e inventato il teatro parrocchiale, di cui aveva colto la funzione importante già negli anni sessanta. Le recite impegnavano tanto e aiutavano a crescere con più autonomia e sicurezza. E poi, in anni così lontani,  la proposta del cineforum, spesso con il prezioso  supporto di Don Gerardo Capaldo che arrivava da Avellino, con proiezioni di film a cui seguiva il dibattito: così alimentava lo spirito critico e spronava a parlare in pubblico rompendo paure e incertezze.

Divenne in breve tempo la guida insostituibile di tanti fra impegno e svago, preghiere e gite, a conclusione dell’annuale percorso di catechismo, le tanto attese uscite fuori dal paese per scoprire nuove realtà e respirare un senso di libertà. Non mancavano  i pellegrinaggi in Italia e all’estero con itinerari non esclusivamente religiosi. Ed ancora, le novene all’alba nel mese di maggio o al tramonto in dicembre per l’Immacolata e il Natale con le gare  fra maschi e femmine per il gruppo più numeroso in chiesa  e il  loro allegro vociare che animava i vicoli e le stradine. Un innovatore per il piccolo mondo di allora; fermo nei   principi ma con un’offerta di  strumenti e di strategie assai ampia per permettere ad ognuno di confrontarsi e di crescere insieme. Inculcava valori forti, anche imponendoli , fra omelie e ore di dottrina, e spingeva a vivere in gruppo in modo sano e rispettoso del prossimo.

E venne  il terremoto  che lo vide protagonista instancabile a sostegno delle necessità e delle nuove emergenze,  l’arrivo delle suore dal Nord  diede inizio ad un’altra stagione di apertura e di partecipazione di tanti giovani alle attività parrocchiali e sociali. Nel 1991 fu colpito da ictus, sofferente ma testardo  ha continuato ad insistere, a non mollare, a ripartire, a dare incoraggiamento, ad offrire speranza pur in anni di gravi difficoltà di salute.  La lunga malattia, il suo calvario, non ha mai minato né limitato lo spirito e il pensiero, sempre lucido e acuto.
Un  decennio dopo, con la fine della sua missione di parroco, è a Castelfranci che decide di restare, nella sua amata comunità che lo stima  e gli si stringe affettuosamente intorno. Si ritira  in un piccolo e modesto alloggio nella parte bassa dell’abitato, a pochi passi dal fiume Calore e dai binari ferroviari. In tanti lo raggiungono per un conforto, una preghiera o solo per ascoltare una sua parola o un suo commento su quanto accade in paese, nella Chiesa e nel mondo, e un rimprovero robusto non mancava. La lettura, la riflessione, lo studio  e un’intensa preghiera sono stati il suo pane quotidiano. Ha dato tanto e si è letteralmente consumato al servizio della popolazione. In particolare è stato vicino ai giovani, ai malati, ai bisognosi con silenziose opere di carità. La sua immagine di uomo determinato e rigoroso, la sua serietà, il suo invito a condividere e ad agire, il suo parlare chiaro, resteranno scolpiti nella mente e nel cuore. Il suo stile di vita, spartano, semplice, la sua grande forza di volontà, la sua incrollabile fede continueranno ad accompagnare il quotidiano , spesso incerto, cammino. Occorrerà continuare a parlare di lui, per ravvivare il ricordo e per proporre la sua ricca personalità a chi non ha avuto la possibilità di conoscerlo. La sua testimonianza luminosa, forte e dolorosa,  è preziosa per attingere ai suoi tanti insegnamenti, eredità trasmessa a Don Enzo di cui, nel presentarlo ai castellesi, disse: “ Vogliate bene a lui come avete voluto bene a me”.
Non è un caso, “I ragazzi di don Vincenzo”  sono tuttora cattolici praticanti, attivi nell’associazionismo e componenti del consiglio comunale.  E, per concludere,  lo si potrebbe salutare come si faceva allora, ed era felice nel sentirlo: “Arcipre’, Cristo regni”. Che possa  continuare a proteggere tutti.

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