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Di Monia Gaita

Oggi non è l’epoca dei pazienti, di quelli che ti ascoltano, quelli che aspettano senza protestare.

La grande depressione della pazienza coincide con un’impennata degli intolleranti.

I rapporti continuano ad avere per epicentro una quota di fastidio e insofferenza.

I lunghi e pesanti strascichi sono sotto gli occhi di tutti: la cortesia condannata alla deportazione, la sbrigatività che ottiene una rivincita sulla lentezza.

Guidiamo parlando al telefono, leggiamo stando al computer, rompiamo storie di anni con messaggi lapidari, mostriamo collera là dove basterebbe una stretta di mano, procediamo all’epurazione dell’indulgenza.

È il decentramento amministrativo della capacità di comprendere, è la rabbia che si sparge svelta nelle strade, nei gruppi Whatsapp, nei commenti Facebook, nel traffico, in televisione, nei salotti, nelle scuole, negli uffici.

Si risolve tutto col rancore, e anche le più elementari azioni quotidiane possono assumere, all’improvviso, un’impronta manifestamente polemica e aggressiva.

Difronte allo sgretolarsi della pazienza, le virtù diventano povere e malnutrite, versando in condizioni di miseria.

L’onestà si stanca di essere onesta, la giustizia si stanca di essere giusta, la libertà si stanca di essere libera, l’accoglienza si stanca di essere accogliente, il rispetto si stanca di essere rispettoso, l’altruismo si stanca di essere altruista, la verità si stanca di esser vera.

La gente si è ammutinata contro la pazienza, pretende con un atto di forza, biasima senza scusare, offende prima di capire.

È la sopraffazione che tarla i giorni e li corrompe.

Finanche il tempo ha perso la pazienza: a volte il freddo si anticipa a giugno e il sole scalda i campi anche a dicembre.

Forse anche le frane delle montagne vengono giù per impazienza, forse anche i fiumi esondano dal loro letto per impulso d’impazienza.

Molti divorzi accadono per impazienza.

Si tradisce, ci si arrende e ci si vende per impazienza.

Dobbiamo scendere dalla locomotiva della corsa, prenderci finalmente dei turni di riposo.

Non siamo in grado di capire le nascite e le morti premature, quelle senza pazienza.

Dobbiamo imparare a nascere con calma, a morire con calma, a camminare con calma, a parlare con calma.

Dobbiamo imparare a baciare con calma, ad aggiustare con calma, a perdonare con calma, a conoscerci con calma; ostinarci a guardare il cielo, le nuvole, i fiori, le verande.

Dobbiamo impregnarci dei ritmi della natura, sottrarci al plotone di esecuzione delle scadenze.

La pazienza ci consola, ci aiuta, ci migliora.

Ci dice che non è mai troppo tardi per cucire uno strappo, che non esiste ferita che non possa essere curata, che ogni fine deve incubare le uova a un nuovo inizio, che ogni declino deve concepire, dritta e coraggiosa, un’altra risalita.

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