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A volerla tradurre, semplificando, in termini sportivi, la doppia partita giocata a Bruxelles sul pacchetto di nomine ai vertici dell’Unione europea e sulla temuta bocciatura dei nostri conti pubblici, si è chiusa con due vincitori e due sconfitti; ma l’Italia non è stata ancora ammessa alla serie A dell’Europa. Resta un’osservata speciale: esaminata con benevolenza dai giudici della Commissione uscente, ma in attesa che siano i loro successori ad esprimersi nel prossimo autunno-inverno.

L’identikit dei vincitori è presto fatto: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria hanno portato a casa un risultato pieno con il via libera alla correzione del bilancio 2019, che ora attende la scontata approvazione dell’Ecofin la prossima settimana. Non si può parlare di vittoria, invece, per quanto riguarda gli organigrammi brussellesi dei prossimi anni, visto che l’unico italiano promosso a pieni voti –  David Sassoli, nuovo presidente dell’Europarlamento – deve la sua elezione all’appartenenza alla seconda famiglia politica europea, i Socialisti e Democratici, e non alla sua nazionalità. Il governo di Roma si è ben guardato dall’indicarlo e i parlamentari grillini e leghisti non l’hanno votato.

Ciò precisato, va anche detto che il via libera ai conti del Belpaese compensa ampiamente le incertezze e i pasticci combinati nella partita delle nomine dal premier e dai suoi due vice rimasti a Roma. I quali, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, sono gli sconfitti; e per due motivi. Primo: non sono riusciti, almeno finora, a conquistare un posto al sole per un loro uomo – o donna – nell’empireo della futura Commissione. Il dicastero della Concorrenza è una promessa non vincolante, visto che le proposte saranno fatte dalla nuova Presidente e sottoposte al vaglio delle competenti Commissioni del Parlamento, dove l’Italia è guardata con sospetto. Il primo scoglio sarà l’individuazione di un candidato convincente. Secondo: per portare a casa il successo nel round negoziale sul bilancio, Conte e Tria hanno dovuto sacrificare le due misure bandiera dei loro potenti sostenitori interni, quelli che, pur litigando in continuazione, tengono in piedi il governo. Reddito di cittadinanza e quota cento sono usciti ampiamente ridimensionati dalla trattativa: sia per l’anno in corso che per il prossimo la spesa necessaria per soddisfare le richieste dei cittadini (pervenute in numero inferiore alle previsioni) sarà ridotta e quindi accettabile, ed è anche grazie a questo alleggerimento che il rapporto deficit-Pil, salito al 2,4% in primavera è tornato al 2%, cioè ai livelli già approvati a dicembre scorso dai nostri controllori europei. Insomma, per superare l’esame, Conte e Tria hanno dovuto scontentare Salvini e Di Maio, i quali, infatti, non hanno votato l’assestamento di bilancio che ha sancito la loro sconfitta. Che poi l’assestamento sia una vera e propria manovra correttiva o solo una “correzione molto forte” come pudicamente dice il titolare di via XX Settembre (ma dov’è la differenza?) conta veramente poco.

Dunque, due vincitori e due sconfitti; ma l’Italia attende ancora di essere ammessa alla prima divisione del campionato, quella dei virtuosi. Il tempo di recupero per ottenere l’agognata promozione è scarso e il percorso disseminato di ostacoli. Il più arduo è un’altra misura-bandiera: la flat tax agitata da Salvini con tracotante determinazione, a prescindere da qualsiasi considerazione delle compatibilità finanziarie. Su questa trincea si giocherà la prossima battaglia.

di Guido Bossa

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