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E se il partito del non voto avesse premiato Harris?

Non ha precisi riferimenti geografici ed è presente quasi sempre laddove c’è un turno elettorale. Piccolo o grande che sia. Stavolta è toccato agli Stati Uniti fare i conti con il “partito degli invisibili”, o come viene anche definito “il partito del rifiuto”. Per coloro che non vanno alle urne, il cancro dell’astensionismo viene anche definito “il male oscuro delle urne”. Tra i tanti rumors e analisi del voto in America la riflessione sull’astensione è decisamente quella che occupa lo spazio del dubbio e degli interrogativi. Perché di ciò che rimane in quel 63 per cento dei votanti ci potrebbe essere anche un risultato diverso da quello uscito dalle cabine elettorali. O forse no. La risposta è nel voto che non c’è. Perché da una recente indagine risulta che soprattutto i giovani americani snobbano le urne con diverse motivazioni. Tra gli adolescenti del Nord Caroline, ad esempio, sono i ragazzi ad affermare che “la politica non si occupa dei problemi veri. Non c’è nessuno che meriti il mio voto”, oppure dicono “Democratici e repubblicani cercano consensi dell’ultima ora ma soltanto tra le persone sopra i trenta anni”. Di risposte al non voto di questo tipo ne esistono a iosa e rendono palmare un disagio non solo tra i giovani americani, ma, come detto, laddove c’è una cabina elettorale.

Dagli Stati Uniti all’Italia per ragionare sull’astensione. E’il 22 ottobre del 1865. E’ la prima volta che si vota dopo la morte di Cavour. Su venticinque milioni di italiani di allora, (senza Roma e Venezia non ancora nello Stato Unitario), gli aventi diritto al voto politico sono 504.263. Ne andranno alle urne solo 271.923, con una percentuale pari al 53,9 per cento. Poco più della metà. E’ comunque accertato che negli inizi del Novecento per indurre i cittadini a recarsi a votare si minacciava loro che se avessero ignorato “l’obbligo” il loro nome sarebbe stato inserito nel casello giudiziario, come una macchia infamante. La minaccia ebbe scarso successo. La presenza del non voto è al centro anche degli appuntamenti elettorali negli anni a venire, salvo qualche rara eccezione dovuta al radicarsi della lotta politica di portatori di interessi fortemente contrastanti. Anche in questo caso la dimensione dell’astensionismo rimane poco al di sopra delle statistiche. In Italia, nel corso dell’ultima competizione elettorale per eleggere il presidente della Liguria l’astensione ha riguardato il 46 per cento degli aventi diritto al voto. Potremmo citare numerosi esempi di astensionismo dal voto che hanno fatto da cornice nelle singole elezioni, ma che, comunque, non troverebbero giustificazioni convincenti. Dire ora che siamo di fronte ad un fenomeno che si va stabilizzando, riconducibile ad un astratto fatalismo, sarebbe un grave errore. Il problema riguarda la partecipazione, il senso civico, soprattutto politico per interpretare le esigenze del miglioramento della società.

Molteplici sono le cause che generano l’astensionismo. Mettendo da parte le banalità, come la pigrizia, o fenomeni come il qualunquismo e il populismo che rifuggono dal prendersi le responsabilità, chi in modo Corriere dell’Irpinia 4 sabato 9 novembre 2024 Gianni Festa L’editoriale e Se il partito del non voto aveSSe premiato HarriS? riflessivo decide di non recarsi alle urne lo fa perché interpreta la crisi della partecipazione politica che si manifesta attraverso i partiti la cui presenza si fa sentire solo alla vigilia di una competizione elettorale. Intanto la partecipazione alle decisioni dei partiti è limitata a pochi, e sempre solo appartenenti ai vertici. Gli iscritti sono solo dei numeri che alimentano il tesseramento. Il “Noi” in politica è diventato un costante riferimento, sommerso da uno sfrenato individualismo che spesso disorienta creando disaffezione. Entra in questo ragionamento il fatto che i partiti da organi di elaborazione programmatica si sono trasformati, a volte, in centri di potere o distributori di incarichi. Questo, che non è solo una sensazione, allontana le persone dal sacrosanto diritto dell’espressione del voto. A volte con espressioni che riportano ad una insanabile sfiducia.

Di fronte al crescere dell’astensionismo molte sono state, attraverso il tempo, le prese di posizione. Disse una volta Indro Montanelli, che l’astensionismo è “l’unico modo indolore per accelerare l’eutanasia del sistema politico in sfacelo. Così – aggiunse -senza il voto, toglieremo legittimità ai responsabili del disastro”. Per Winston Churchill, strenuo difensore della partecipazione politica, “la democrazia lungi dall’essere perfetta bisogna tenersela perché non esiste un sistema migliore”. Ed ancora il tema della partecipazione politica, attraverso lo strumento dei partiti, è stato l’obiettivo di Roberto Ruffilli, consigliere politico di Ciriaco De Mita, ucciso dalle Brigate Rosse a Forlì sull’uscio della sua abitazione, che con la teoria del “cittadino arbitro” esaltava la partecipazione dal basso. La partecipazione politica, dunque, come occasione di crescita democratica contro l’astensionismo, afferma il presidente dei vescovi italiani cardinale Matteo Zuppi: “E’ un segnale che va preso sul serio, tanto più adesso che bisogna fare scelte decisive, Bisogna fare in modo che torni la passione per la politica. E il primo modo affinché torni è farla bene”. In soldoni fare bene la politica è fare scelte nell’interesse del bene comune, è recuperare un sistema di welfare che sposti l’attenzione sui problemi della povertà, a cui dare risposte; fare bene la politica significa dialogo, per non alimentare la disaffezione al voto quale luogo della paura per non esporsi. Certo, queste finalità si raggiungono solo superando la vecchia politica che oggi insiste nell’escludere e non nel coinvolgere. Ma spetta anche alla società civile, alle sue agenzie, far sentire forte e chiara la sua voce con la sua partecipazione.

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Gianni Festa

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