-di Mino Mastromarino-
La lettura del ‘Manuale pratico di smarrimento’ di Lorenzo Marone ( Feltrinelli, 2026 ) ha un effetto disintossicante. Miorilassante. Perchè dionisiaca. Il principale epiteto di Dioniso era infatti < lusios >, ovvero colui che scioglie, il liberatore: il dio straniero che irrompe nella quotidianità degli uomini avvertendoli del pericolo di un’ esistenza convenzionale, rigida, e algida.
La sinossi editoriale definisce il libro un breviario gentile e disordinato. Ma non c’è disordine. Anzi. L’abilità narrativa dell’Autore introduce il lettore nel complicato mondo della Filosofia, dell’Etica in particolare, senza fastidiosi attriti linguistici. Non ne incoraggia lo scorrimento fluido delle pagine, come succede per i romanzi; ne sollecita invece la pausa dopo ogni breve e intenso capitolo, intestato a uno specifico diritto.
Lo stile è ‘callidamente’ semplice ma innervato di lessico verticale. Il testo è rivolto a tutti . Tuttavia intende parlare con i giganti del pensiero ( greco e giapponese). Li consulta, li interroga, li convoca.
Come novello Epitteto, Marone ha steso un manifesto delle libertà, un catalogo di gesti ribelli, chiamandoli in modo solenne e benaugurante ‘diritti’. Ha scritto un inno al libero divenire, alla libertà di cambiamento. Cioè all’incontemporaneo.
Il bersaglio di Marone è la tirannia della performance. Ognuno dei venti diritti rivendicati ( quali quelli a fermarsi, a non scegliere, a non piacere, a smarrirsi, a non piacere, a non sapere, a essere timidi ) mutua la propria legittimazione dall’universo animale, ossia dall’autorità allegorica del Bestiario. E lo fa per opporsi – pervicacemente, efficacemente – all’ideologia funzionalista che è penetrata in tutti i gangli dell’esistenza, imponendo a ciascuno di funzionare piuttosto che essere.
Mirabili sono i paragrafi intitolati all’Esuvia , il diritto all’impermanenza, e all’Effimero, il diritto a non lasciare nulla di utile.
L’esuvia è l’involucro di pelle – di un serpente ad esempio – che residua dopo il processo periodico della muta. Marone invoca il diritto a cambiare pelle, a non essere sempre uguali a sé stessi: “ Cambiare a volte è solo smettere di resistere a ciò che già stiamo diventando. Cambiare pelle non è un atto eroico, è una faccenda ordinaria. E’ scomodo, a volte doloroso “.
Necessità della metamorfosi come antidoto al dolore, al trauma. Ovidio docet.
Reclama l’Autore: “ Abbiamo diritto a essere anche noi effimeri, a passare senza imprimere, a vivere una vita che non deve essere ricordata, solo vissuta “. Effimero è una parola che deriva dal greco: significa propriamente ‘che dura un giorno’, serve comunemente a indicare qualcosa di breve durata. Nel libro si allude – con leggerezza e con precisione – al mistero dell’esistenza e alle possibili strategie umane di superare la certezza della morte.
C’è poi il dispositivo salvifico della sosta. Viene in soccorso di Marone il termine giapponese ‘ma’ che è lo spazio tra le cose, il silenzio che dà valore alla musica. Giacchè “ viviamo in un’epoca in cui la velocità è considerata una virtù, il pieno una forma di successo, il vuoto una colpa “, occorre ritrovare l’intervallo perduto, quindi fermarsi . Nessuna trama tiene senza interruzioni, senza buchi della filatura.
La fedeltà del testo al paradigma narrativo sconta però alcuni luoghi comuni ed espressioni banali.
Così, la Meridionalità come diritto alla fragilità “ evoca un mondo in cui la luce è intensa, e l’ombra ha un posto d’onore. E’ la geografia emotiva di chi tende la mano anche quando non ha risposte. Perché forse è proprio il Sud, nel suo modo di abitare la Terra senza arroganza né padronanza, a insegnarci una postura più fragile e più umana. Qui dove il Mediterraneo non è un mare calmo dove si nasce sapendo che tutto può cambiare”. La brillantezza semantica ha ceduto il passo alla maniera, alla patina retorica degli stereotipi. Essere meridionali non equivale a essere fragili ( qualunque cosa con ciò voglia intendersi ).
Anche lo smaggiamento – il neologismo che vorrebbe essere un viatico di lettura – non raggiunge la dignità lessicale voluta. Per l’Autore, non è un crollo drammatico, non è una tragedia greca con urla saette e tamburi, è una resa gentile, una stanchezza che si stende accanto a te sul divano e sospira. Si smaggia chi non ne può più ma continua.
Il risultato è un inutile e inconferente virtuosismo linguistico, che mal si concilia con la esattezza e la sapidità semantiche che intramano il testo.
Sono da evitare le spiegazioni sulle finalità del libro, a ciò bastando la scrittura. Del resto, oltre ad essere inopportune, esse rischiano di denunciare – ingiustamente – la mancanza di fiducia, da parte dello stesso Autore, nella sua prosa.



