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“Era quasi verso sera, se ero dietro stavo andando/che si è aperta la portiera è caduto giù l’Armando”. I versi della canzone l’Armando di Enzo Jannacci mi sono venuti in mente quando ho letto il volgare dileggio del ministro dell’Interno nei confronti del Procuratore di Torino, Armando Spataro (“Se il Procuratore di Torino è stanco si ritiri dal lavoro: a Spataro auguro un futuro serenissimo da pensionato”). A Salvini ha risposto a tono una componente dell’Associazione Magistrati (AreaDG): “Riteniamo inaccettabili le scomposte parole pronunciate dal ministro Salvini  in risposta al sobrio e doveroso comunicato diramato dal Procuratore di Torino per censurare l’anticipazione di notizie via Twitter, perché gravemente irrispettose della persona e dell’alto  ruolo  rivestito del  collega Spataro (..). Area Democratica per la Giustizia esprime la più ferma contrarietà ad ogni forma di strumentalizzazione della giustizia a fini politici ed esprime piena e convinta solidarietà e vicinanza al collega Armando Spataro, il quale è e resta per i magistrati italiani un esempio ed un punto di riferimento”.

E’ proprio questo il punto: Spataro è un esempio per tutti i magistrati italiani ed una gloria per la Repubblica per avere interpretato, nel corso di una carriera lunga oltre quarant’anni, la sua funzione di magistrato del Pubblico Ministero con intransigenza ed umanità, senza mai chinare il capo di fronte ai potenti, avendo di mira esclusivamente la tutela dei beni pubblici che la Costituzione garantisce al popolo italiano affidandone la custodia ai giudici. Nel libro Ne valeva la pena (Laterza, 2010) Spataro ha raccontato i momenti salienti della sua vita professionale ed umana, dal processo al nucleo storico delle brigate rosse, apertosi a Milano il 15 giugno del 1977, al dramma dell’uccisione di Guido Galli (il 19 marzo del 1980), che lui definisce: “il mio vero maestro, il fratello maggiore che non ho mai avuto” e delle indagini che ne seguirono; dall’arresto di Mario Moretti, il ricercato n. 1 per l’omicidio Moro, alle indagini sulla mafia in Lombardia, all’impegno nella magistratura associata. Ma il suo merito maggiore è stato quello di aver scoperchiato il verminaio delle “extraordinary renditions”, cioè delle sparizioni forzate che gli squadroni della morte (o almeno della tortura) della CIA operavano segretamente con la complicità dei governi. E’ successo anche in Italia, il 17 febbraio 2003, quando in via Guerzoni a Milano un commando di agenti della CIA, con la collaborazione del Sismi, ha sequestrato e fatto sparire Abu Omar. Purtroppo per loro, l’indagine è stata affidata ad Armando Spataro, che ha identificato i responsabili americani e la ragnatela di complicità dei vertici del servizio segreto militare italiano, smantellando l’intera rete della Cia in Italia. Il Wall Street Journal (giornale che notoriamente interpreta le opinioni della CIA) il 26 febbraio 2007 pubblicò un articolo rovente accusando il P.M. Armando Spataro di essere una canaglia e di aver compiuto un atto di ostilità verso gli Stati Uniti, in quanto non poteva ignorare che si trattava di un’operazione   coperta compiuta da agenti della CIA e da ufficiali della Nato con il consenso del governo italiano. Insomma gli americani rivendicavano la “ragione di Stato” che comporta l’immunità per le operazioni criminali decise segretamente dai governi. Peccato che la Costituzione italiana pretenda che i diritti fondamentali delle persone siano “inviolabili” ed assegna alla magistratura il compito di reprimere tutte le violazioni, anche se commesse dalla Cia o dai servizi segreti nazionali. I Governi italiani ostacolarono in tutti i modi l’inchiesta di Spataro ed i processi che ne sono seguiti, fino al punto da ottenere l’annullamento delle condanne inflitte agli 007 italiani, grazie ad una sentenza ad personam della Consulta (n.24/2014), che calò sul processo il velo nero della ragione di Stato, mascherata da segreto.

Quando il prossimo 14 dicembre Armando Spataro andrà in pensione concludendo la sua lunga ed onorata carriera, molti festeggeranno, al di là e al di qua dell’Atlantico, nelle segrete stanze ed in pubbliche piazze. E tuttavia noi siamo convinti che per costoro c’è poco da festeggiare: la testimonianza di rettitudine, indipendenza morale, amore per il prossimo e per i valori della Costituzione di Armando germoglierà e porterà nuovi frutti. Altri magistrati raccoglieranno la sua bandiera ed eserciteranno con dignità ed onore la funzione di garanzia che la Costituzione loro assegna per opporsi alla barbarie che avanza.

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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