Martedì, 14 Luglio 2026
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di Virgilio Iandiorio

In questo caldo mese di luglio la Fraternità Sacerdotale San Pio X di Écône (Svizzera) ha consacrato quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha provveduto alla conseguente scomunica dei vescovi consacrati senza autorizzazione da parte del papa. La notizia ha fatto più rumore presso i più tiepidi in fatto di fede e i miscredenti, che non presso i cattolici più osservanti.
E se chiedessi al vescovo di Avellino mons. Pasquale Venezia (1911- 1991) un suo parere sullo stato della fede religiosa nella nostra diocesi, alla luce di questi avvenimenti? Ne scaturirebbe un colloquio che nella forma è impossibile, perché il vescovo è morto da oltre trent’anni, ma concreto e reale nella sostanza, perché le parole sono prese dai suoi scritti.

D. Eccellenza, che significato ha essere vescovo oggi, di una chiesa locale che soffre di apatia, almeno così sembrerebbe a me?

R. Il vescovo, in modo chiaro, è visibile principio e fondamento di unità della Chiesa locale a lui affidata. La Chiesa, infatti, adunata innanzitutto per mezzo della Parola di Dio è Sacramento di unità cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi.

Benché siano i sacerdoti a distribuire ai fedeli tutti i misteri cristiani, tuttavia è necessario che i fedeli comprendano che ogni loro azione sacerdotale è azione del Vescovo. “Nelle singole comunità locali di fedeli i presbiteri rendano, per così dire, presente il Vescovo”.

D. Gli insegnamenti conciliari del Vaticano II sono penetrati veramente nella nostra chiesa locale?

R. Il Concilio ha introdotto nella vita della Chiesa tanti cambiamenti, ma non vuole aggiungere nuove, vuote pratiche e prescrizioni alle antiche; vuole un rinnovamento interiore della Chiesa e di ciascuno di noi. Dopo la Costituzione Liturgica, le istruzioni, le direttive e i decreti per la sua attuazione potrebbero far pensare già fatto il rinnovamento liturgico. Ma, come da più parti si è sottolineato, sarebbe una utopia se si volesse credere che ciò, che è stato scritto nei Documenti Conciliari e post-Conciliari, sia già patrimonio comune del Clero e della Comunità dei fedeli, né si dovrà minimizzare il pericolo, che da moltissimi non sia stato recepito che lo scheletro dei cambiamenti, delle rubriche e dei testi, mentre lo spirito della Costituzione Liturgica può essere rimasto estraneo. La liturgia, infatti, richiede nel ministro e nella comunità la stessa fede che essa esprime.

D. Nell’espressione religiosa dei fedeli delle nostre comunità che cosa si può definire autenticamente cristiano?

R. Alla luce della nostra esperienza possiamo rilevare che la religiosità della nostra gente è ricca di valori. Infatti essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo; comporta un senso acuto della paternità, della provvidenza, della presenza amorosa e costante di Dio; genera atteggiamenti interiori raramente osservabili altrove al massimo grado. Tutti però siamo d’accordo nel rilevare che la religiosità popolare, pur contenendo valori cristiani autentici, nelle nostre comunità non solo è stata ed è esposta a gravi deviazioni, ma sotto il profilo cristiano spesso ha dei grandi limiti.

Facilmente è stata ed è esposta ad infiltrazioni superstiziose o a deformazioni di senso, come, il più delle volte, è ridotta a pura manifestazione esterna senza impegnare un’autentica adesione di fede.

D. A che cosa sono dovute queste deviazioni?

R. Dobbiamo docilmente riconoscere che le deviazioni avvenute sono dovute al fatto che l’evangelizzazione è rimasta piuttosto superficiale e non ha inciso sulla coscienza dei nostri fedeli. Inoltre, a causa del sempre più marcato allontanamento dalle sorgenti della Sacra Scrittura e della Liturgia, la religiosità popolare si è impoverita sia sotto il profilo della fede, scadendo, il più delle volte, nella religiosità naturale e perdendo elementi specifici della rivelazione cristiana, sia sotto il profilo della pratica religiosa, dando ad elementi periferici del cristianesimo la preminenza sul mistero centrale di esso, il mistero pasquale.

D. Quanto ha influito la cultura contemporanea a distrarre la nostra fede?

R. Il nostro tempo è caratterizzato da fenomeni preoccupanti. Il grande attuale progresso tecnico è disumanizzante perché è senza un proporzionato progresso morale, un profondo anelito verso i valori spirituali. Si è diffusa una sete incolmabile di godimenti terreni acuita dalle conquiste della tecnica in cui si è posta ogni fiducia. Si è creata la civiltà della tecnica ma senza Dio. Si arriva così ad una fede senza impegni, ad un cristianesimo senza rischio, senza croce e senza Chiesa, all’indifferentismo religioso e all’ateismo. Si radicalizza il conflitto di estreme ideologie politiche.

D. Quale testimonianza della sua fede può dare un cristiano che si impegni nella vita politica ?

R. Voglio raccontare un episodio. Alla fine degli anni ’50 del secolo passato, cittadini della mia diocesi di Ariano non avevano ancora la luce elettrica nelle loro case in campagna. Vennero da me. Io mi rivolsi al direttore del Consorzio di Bonifica dell’Ufita e gli scrissi così: “Alcune famiglie di contrade confinanti con Valleluogo abitano a brevissima distanza da case già illuminate. Si sono rivolte a me perché dessi loro non solo quella luce, che io posso dare, ma perché intercedessi per l’altra che solo Lei può dare”. E luce ci fu. Molti oggi si illudono di poter dare un nome cristiano alla nostra civiltà, si affaticano a predicare i principi politico-sociali, giuridico-morali del cristianesimo e non s’accorgono che restano inascoltati perché manca in loro la vita.

Se si vuole affermare una sociologia, un sindacalismo, una politica cristiana senza la Grazia, senza i Sacramenti, senza Dogmi, non si predicherebbe altro che un cristianesimo laico, inerte, morto prima di nascere.

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