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Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio /l’esercito marciava per raggiunger la frontiera / per far contro il nemico una barriera / il Piave mormorò: non passa lo straniero! Dopo il tragicomico Consiglio Europeo del 28 giugno nel corso del quale i Capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi dell’Unione Europea hanno discusso accanitamente tutta la notte per trovare una risposta comune alla gestione dei flussi migratori, riuscendo ad accordarsi solo sulla proibizione alle navi delle ONG di effettuare salvataggi in mare nel Canale di Sicilia, il processo di disfacimento dell’Unione politica ha fatto ulteriori passi in avanti.

Adesso la canzone del Piave la cantano tutti in coro, da Salvini a Macron, alla Merkel, (con il suo ministro dell’interno, Seehofer), a Orban, ai polacchi, al neo Presidente dell’Unione Europea, il Cancelliere Sebastian Kurz, spronato dai neo nazisti suoi alleati di governo. Di fronte alla decisione tedesca di installare delle “zone di transito per i respingimenti dei migranti”, cioè dei campi di concentramento per i migranti, verosimilmente al confine con l’Austria, Vienna ha annunciato: “siamo pronti a misure di protezione dei nostri confini meridionali”. Tradotto in soldoni significa ripristinare quelle frontiere fra i paesi europei che il trattato di Schengen aveva abolito per garantire la libera circolazione nello spazio comune europeo.

La convivenza dei popoli europei integrati nell’Unione Europea si basa su una tavola di valori. Come recita il Preambolo della Carta dei diritti fondamentali, questi valori, indivisibili ed universali, che fondano l’Unione sono la dignità umana, l’eguaglianza, la libertà e la solidarietà.

La querelle sull’immigrazione dimostra che è in atto un ripudio generale del principio di solidarietà. Cancellare ogni forma di solidarietà all’esterno, verso il popolo dei rifugiati che bussa alle porte dell’Europa, fa venir meno anche la solidarietà all’interno fra i Paesi che compongono l’Unione. Se l’Europa deve diventare una fortezza perché non deve passare lo straniero, anche ogni Paese deve diventare fortezza per gli altri Paesi. Ogni Paese ha la sua linea del Piave e la sua guerra da combattere contro gli altri Paesi europei per fermare lo straniero. Del resto ci sono state presentate in pompa magna le operazioni dell’esercito austriaco che si esercitava a blindare la frontiera e a respingere l’assalto dei migranti, impersonati da comparse teatrali.

Orbene la canzone del Piave è una canzone di guerra e la retorica che attribuisce i mali di un popolo agli stranieri è stata già sperimentata con successo negli anni 30 del secolo scorso dal partito nazista, che è riuscito a costruirsi un consistente consenso popolare facendo credere al popolo tedesco che la ragione dei suoi mali fossero gli ebrei.

In realtà in Europa sull’onda dell’avanzata di forze xenofobe e criptofasciste si sta costruendo una colossale mitologia sostitutiva. Si costruisce un facile capro espiatorio e si celebrano sacrifici umani (i profughi annegati o ricacciati nell’inferno libico) per deviare verso un nemico immaginario il malessere che sale dalla pancia della società, per sfogare l’insoddisfazione di quanti sono rimasti senza lavoro, di quanti vedono la loro vita appesa al filo della precarietà, dei giovani che non possono coltivare i loro talenti, e non riescono ad avere più un futuro in cui credere. Poiché le elités politiche che governano i singoli paesi e la stessa Unione Europea non hanno la capacità di fare fronte ai problemi reali e di trovare delle risposte da coltivare lungo i sentieri della solidarietà, della eguaglianza, della giustizia e della pace, ecco che si sviluppa la mitologia sostitutiva: tutti uniti per fermare lo straniero. In un’Europa dove, secondo le statistiche, vi sono 75 milioni di poveri, forse il Consiglio Europeo avrebbe fatto meglio a preoccuparsi di questa vera emergenza sociale invece di rinchiudersi nello psicodramma delle frontiere. Contrastare la povertà, invece che offrire ai poveri la soddisfazione di bastonare quelli che sono ancora più poveri.

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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