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Prima da Stoccolma e poi da Strasburgo sono arrivati due segnali abbastanza percepibili di vivacità dell’Europa, in contrasto con le fosche previsioni della vigilia. In Svezia, il risultato delle elezioni non ha segnato il temuto sfondamento dell’estrema destra nazionalista e antieuropea: i socialdemocratici, benché penalizzati dalle urne, restano il primo partito e la coalizione progressista supera, sia pure di un’incollatura, quella conservatrice. La partita del governo è aperta, ma l’esultanza dei cosiddetti “Democratici svedesi” (che di democratico hanno ben poco) non è giustificata. Ancor più esplicito il duplice segnale proveniente dal Parlamento europeo, che ha votato l’avvio della procedura di infrazione contro il governo ungherese per ripetute violazioni dello Stato di diritto, e l’introduzione di un principio di rispetto della proprietà intellettuale (copyright) a tutela delle opere d’ingegno contro il saccheggio indiscriminato operato dalle multinazionali del web.

In questi due casi, i valori del liberalismo democratico, dell’inclusione sociale e della solidarietà che sono alla base della costruzione europea hanno prevalso sulle paure irrazionali, sulle chiusure identitarie e sull’intolleranza che alimentano la retorica dei populisti e dei sovranisti di diversa matrice che stanno cercando di unirsi per lanciare la loro sfida alle elezioni europee del maggio 2019. Il confronto resta aperto, ma il fatto che sia a Stoccolma che a Strasburgo abbiano parlato i cittadini europei – direttamente col voto nel primo caso, tramite i loro rappresentanti eletti nel secondo – fa sperare in un residuo di saggezza dei popoli, vincente rispetto alla corrività di tanti commentatori e alle chiusure nazionalistiche di alcuni governi.

I segnali comunque vanno in diverse direzioni e si prestano a interpretazioni non univoche. Per limitarci allo scenario italiano, dove i populisti di diverso colore governano insieme sulla base non di un’alleanza politica ma di una reciproca convenienza che pudicamente hanno definito “contratto”, il doppio scrutinio di Strasburgo ha prodotto un’onda anomala prevalentemente nel centrodestra. Forza Italia, alleata elettorale della Lega ma all’opposizione del governo giallo-verde, ha difeso il sovranismo ungherese isolandosi dalla maggioranza del Ppe, mentre si è schierata a difesa del copyright europeo, osteggiato dai salviniani. I Cinque stelle hanno votato contro Orbán ma anche contro il copyright in nome di una presunta libertà della rete, che in realtà così com’è realizzata oggi garantisce solo gli enormi profitti di pochi grandi aggregatori di notizie e di video che non pagano tasse e sfruttano gratis il lavoro intellettuale dei produttori.

Gli sconfitti di questa manche hanno ragione nel dire che la partita non è chiusa e che il match definitivo si giocherà alle elezioni europee; ma intanto il voto svedese dimostra che è ancora troppo presto, per loro, per cantare vittoria. Determinante sarà di qui al maggio 2019 il comportamento dei Popolari europei e della loro leader riconosciuta Angela Merkel, che in questa fase ha dato prova di grande abilità tattica e anche di un certo coraggio dicendo, in pratica, che la disponibilità a contrattare con le destre euroscettiche pur di mantenere la maggioranza nell’emiciclo comunitario e quindi il controllo delle istituzioni dell’Ue, trova un limite nella salvaguardia di alcuni principi cardine dell’ordinamento che ha fin qui ha governato l’Unione, principi che  dovranno essere confermati, anche se adattati ad una realtà che sta facendo i conti con la crisi della globalizzazione e l’influenza crescente del nuovo bipolarismo Trump-Putin nel quale l’Europa rischia di essere schiacciata.

Insomma, negli otto mesi che mancano all’appuntamento elettorale, l’Europa dovrà decidere se cedere a quelli che sono stati definiti i “nuovi barbari”, dell’Est (Ungheria, Polonia, paesi del gruppo di Visegrad), ma anche del Sud (Italia in testa), o tentare di scendere a patti o, come si è detto, di “romanizzarli” legittimandone l’esistenza e contrattandone il peso. Una partita ancora aperta.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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