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Si era presentato come il governo del cambiamento e ci ha regalato la legislatura più corta della storia repubblicana. Corta e dannosa; interrotta anticipatamente, prima di aggiungere altri guai a quelli già fatti in quindici mesi di navigazione continuamente ostacolata da un equipaggio litigioso, con un nocchiero salito a bordo per caso, incapace di indicare la rotta. Ci sarà tempo per esaminare i possibili sbocchi di una crisi che potrà riservare sorprese fin dall’imminente dibattito parlamentare innescato dalla mozione di sfiducia presentata ieri dalla Lega; ma intanto si può partire da un bilancio dell’esecutivo (per fortuna) uscente. Che lascia un paese in macerie: impoverito e spaventato, con un debito pubblico fuori controllo, preda della speculazione internazionale, con il futuro ipotecato dall’aumento dell’Iva già deciso da Conte, Di Maio e Salvini, con un piede oltre la soglia dell’Europa che conta, guardato con sospetto dai tradizionali alleati e dalle agenzie finanziarie internazionali e con cupidigia da governi “amici” di cui faremmo bene a non fidarci. Un paese indirizzato lungo una deriva sovranista che, come avverte Papa Francesco “è un’esagerazione che finisce male sempre: porta alle guerre”

Feste, farina e forca: la ricetta borbonica inventata per tenere a bada il popolo napoletano e distoglierlo da tentazioni rivoluzionarie, è stata in qualche modo rispolverata dai tre inquilini di palazzo Chigi che ora cercano di scaricare l’uno sull’altro la responsabilità di un fallimento che insieme condividono. Luigi Di Maio, il ministro della farina, quello dell’assistenzialismo demagogico e deresponsabilizzante, che ha aggravato il deficit allontanando la prospettiva di un lavoro dignitoso. Il ministro della forca, Matteo Salvini, che ha attizzato per mesi il braciere della paura per legittimare due provvedimenti criminogeni destinati a cadere sotto il giudizio della Corte Costituzionale e intanto già criticati dal Capo dello Stato  che ne ha chiesto la modifica; quello che ha promesso l’autonomia differenziata al Nord e ora cerca i voti del Sud; quello che pretenderebbe di fare la propria campagna elettorale disponendo, dal Viminale, di prefetti e questori e poi si offende se lo chiamano ministro della malavita. Quello che ha una fretta sospetta di arrivare al redde rationem del voto, magari prima che certe inchieste giudiziarie facciano il proprio corso. E infine il ministro delle feste, quello che dalle finestre di palazzo Chigi vedeva un 2019 “bellissimo” e intanto firmava senza fiatare tutti i provvedimenti che i suoi vice gli presentavano. Quello che solo l’altro ieri si è ricordato dei doveri impostigli dalla Costituzione e oggi, forte di una tardiva resipiscenza, vorrebbe costruirsi un futuro dignitoso partendo dal disastro che ha contribuito a combinare.

Ora il rischio per il paese è che dalla crisi si esca come dopo un semplice incidente di percorso, mentre invece siamo di fronte al fallimento di una politica che può essere superato solo cambiando radicalmente personale, obiettivi e metodi di governo. Assistiamo già al tentativo trasformistico di protagonisti di una stagione fallimentare di riciclarsi per un’altra avventura. Attenzione: Una fase di decantazione per svelenire l’atmosfera e rimettere l’Italia con i piedi per terra sarebbe un buon punto di partenza.

di Guido Bossa

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