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Fiducia nei vaccini e nella scienza. La risposta è nel passato

Di Matteo Galasso

Dalla scoperta di un vaccino che riesca a debellare il virus che provoca la malattia Covid-19 e l’inizio della sua distribuzione in Europa, dopo l’approvazione dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), si è sviluppato un dibattito generalizzato sulla sua affidabilità ed efficacia. Un italiano su due, probabilmente perché l’antidoto è di recente elaborazione, non vuole vaccinarsi o meglio vuole prima assicurarsi che lo stesso non abbia alcuna controindicazione. Molti dei nostri connazionali potrebbero, quindi, cambiare idea a riguardo solo nel momento in cui ne fossero verificate efficacia e sicurezza su larga scala. C’è però da rilevare che questo scetticismo e questa mancata fiducia nella scienza siano – almeno da un determinato punto di vista –immotivati in un mondo moderno, globalizzato e nel quale i vaccini hanno salvato più volte l’intera umanità dalla sua estinzione. Vaccini grazie ai quali in passato sono state combattute con successo endemiche malattie che avevano causato di milioni di morti poi eliminate del tutto o diventate molto rare a tal punto da essere state dimenticate. E proprio questo “non ricordare” l’importanza che hanno avuto i vaccini nella storia anche recente del nostro Paese, porta oggi molti di noi ad essere scettici nei confronti dell’unico strumento che ci permetterà di ripristinare la normalità per permetterci di riprendere con tranquillità le nostre vite fuori dalle mura domestiche.

È proprio grazie ai farmaci e alle campagne di vaccinazioni del passato che, fra l’altro, dobbiamo lo sviluppo demografico del ventesimo secolo. Infatti, quando nel 1348 la Peste Nera sopraggiunse in Europa, uccise un cittadino su tre: questo dovrebbe farci capire che in caso non si pongano delle barriere forti che blocchino la diffusione di un virus o un batterio in modo efficace, l’intera popolazione potrebbe contagiarsi. Un esempio più recente di pandemia fuori controllo fu poi quello dell’influenza spagnola, che si diffuse negli anni Venti del secolo scorso uccidendo 50 milioni di persone e contagiandone circa 500, cioè quasi metà della popolazione del tempo. Ma fortunatamente il progresso scientifico già della fine del XVIII secolo ha permesso di sviluppare antidoti per debellare numerose malattie infettive.

Un vaccino si basa su un meccanismo di memoria immunologica presente nel nostro corpo e consiste negli agenti patogeni che causano la malattia infettiva in forma attenuata, affinché possa essere facilmente debellata dall’organismo umano stimolando la formazione di anticorpi specifici per l’agente: in questo modo il soggetto diventa immune a un determinato patogeno avendo i suoi anticorpi. Questo meccanismo fu pensato per la prima volta nel 1796, quando, con l’imperversare del vaiolo, che altrimenti avrebbe ucciso circa 400 milioni di persone solo nel Ventesimo secolo, Edward Jenner “vaccinò” – utilizzando un liquido contenente il vaiolo bovino diffuso negli allevamenti di bovini, più innocuo di quello umano – un bambino di otto anni, esponendolo poi al contagio e rilevando come non contraesse la malattia.

Da quel momento e fino alla dichiarazione dell’Oms, nella quale il vaiolo sarà definito eradicato dal nostro pianeta, passeranno circa duecento anni, durante i quali ciclicamente si presenteranno diverse malattie. Il chimico Louis Pasteur fece dell’esperimento condotto cinquant’anni prima da Jenner una vera e propria arma di difesa contro i microrganismi che causavano diverse malattie infettive enel 1885 troverà un vaccino efficace contro la rabbia, un’altra malattia particolarmente diffusa agli inizi del ‘900, semplicemente coltivando il virus ed indebolendolo. Purtroppo, però, in quel periodo nonostante i progressi visibili della medicina, le vaccinazioni non riuscirono a diffondersi tra la popolazione a causa di una ricerca scientifica ancora troppo limitata.  Ma quando alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, una grave malattia generata dal poliovirus, la poliomielite, iniziò a diffondersi in Europa, la risposta scientifica fu più immediata. Infatti, prima Salk nel 1952 e poi Sabin nel 1957 brevettarono dei vaccini che in poco più di vent’anni portarono alla quasi totale eradicazione della poliomelite (1980).

Siamo oggi davanti a un qualcosa che era ritenuto impensabile: riuscire a brevettare un vaccino sicuro ed efficiente in soli nove mesi. Infatti si credeva fosse impossibile realizzare un antidoto in meno di due anni. Il vaccino c’è, il progresso scientifico ci offre la possibilità di porre fine a tutto ciò che stiamo vivendo, in un intervallo molto più breve rispetto a quello che si sarebbe impiegato solo dieci anni fa. È quindi sbagliato sminuire il lavoro che a tempi record la comunità scientifica ha portato a termine semplicemente affidandosi a voci infondate e a timori che non reggono di fronte alle nostre conoscenze scientifiche.

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