Un continuo flusso di memoria e di vissuto della diaspora, tra voci, memorie e silenzi in cui si fondono l’universo delle radici e quello di arrivo. E’ il senso dello studio di Lucia Tirri dedicato agli “Itinerari autobiografici-Frammenti d’Italia nel mondo” pubblicato da MnM edizioni qualche anno fa ma che conserva intatta la sua forza. Una mappa delle autobiografie di emigrazione, con il supporto di un aggiornata bibliografia critica, che pone l’accento sulla contaminazione di generi letterari, in cui si fondono differenti sostrati culturali, sociali e antropologici, vero elemento distintivo di questo tipo di letteratura. Dalle autobiografie di uomini e donne con un basso livello di alfabetizzazione a quelli di emigrati discendenti di seconda generazione, che si sono affermati nel mondo imprenditoriale, nell’universo del giornalismo, nell’editoria e nella società letteraria, da Mario Mignone a Louise DeSalvo. Ad emergere cesure, spaesamenti linguistici, tensioni, conflitti, conquiste e una nuova identità metamorfica. Un processo che svela anche le ragioni della scrittura, dalla necessità di ritrovare le radici e non dimenticare alla volontà di testimoniare l’esemplarità della propria storia. E’ il professore Sebastiano Martelli nella prefazione a sottolineare come “L’autobiografia racconta dall’interno il vissuto migratorio, il mondo da cui si parte e le ragioni dell’esodo, del viaggio, l’ambiente di arrivo, il vissuto, la mentalità, il tempo storico e quello della memoria. Le scritture autobiografiche permettono inoltre di focalizzare le culture dell’emigrazione, le loro diversità, non solo per l’estrazione sociale e professionale dei migranti e la provenienza da diverse aree regionali e provinciali ma anche perché la grande emigrazione tra Otto e Novecento coincide con una accelerata mutazione del quadro sociale, economico e culturale sia del mondo di partenza, sia di quello di arrivo”.
Tirri evidenzia una della costanti che caratterizzano le autobiografie nel suo carattere di esperienza iniziatica con una serie di prove da superare, per giungere alla costruzione di una nuova identità culturale e sociale per sé e la propria famiglia. Il vissuto migratorio non potrà essere cancellato, poiché capace sempre di modificare lo sguardo di partenza. Centrale il legame tra storia individuale e collettiva, poichè “Le storie narrate sono spesso attraversate dalla Storia in cui vita ed esperienza migratoria divengono collettive e passato e presente si fondono”. Così come c’è in quasi tutti i racconti, la consapevolezza di chi scrive di aver vissuto appieno la condizione propria della postmodernità, quella dei non luoghi.
L’analisi che consegna Tirri esplora le autobiografie di emigrati irpini come Gerardo Di Pietro e Carmine Vittoria che offrono un profondo spaccato della società mentre le autobiografie di Louise DeSalvo, Giovanna Miceli Jeffries, Mary Melfi consegnano l’idea della scrittura come strumento di costruzione della propria identità, uscendo dallo spazio della famiglia italoamericano. Così ne “L’America e la mia gente” di Mario Mignone l’etica del lavoro del mondo contadino sembra abbracciare il “concetto protestante dell’hard work americano”, fino ad impossessarsi di un’identità multipla, divisa tra il passato italiano e la middle class americana. Fino al racconto di Salvatore Vento in cui “il recupero della memoria aiuta a prendere coscienza di sé, a contrastare alienazione e omologazione, a trovare una voce, a nutrire la creatività”. “Nello spazio della scrittura – scrive Tirri – si innescano percorsi reali e metaforici verso l’interiorità, alla scoperta di un io profondo, forgiato e sospeso tra la cultura di partenza e la cultura di arrivo”. Ha 70 anni l’irpina Leonilde Frieri Ruberto quando, ospite della figlia a New York, sente il bisogno di raccontare la propria storia di emigrante, giunta nel secondo dopoguerra negli Stati Uniti dal Sud Italia, scavando nella sua identità disgregata. “Leonilde – scrive Tirri – in uno stato di sospensione dalle attività che scandivano la sua quotidianità e dagli spazi che incorniciavano le sue azioni, riaffiorano con violenza sentimenti di sradicamento che la portano a ricercare un proprio spazio attraverso la scrittura, un balsamo che lenisce e cura cicatrici interiori mai del tutto rimarginate”. E se è vero che la lingua riveste sempre un ruolo centrale nel percorso identitario, a partire dalle mappe topografiche tracciate dalle parole come nell’autobiografia di Mary Di Michele, sono tante anche le storie che evidenziano come l’emigrazione abbia contribuito all’emancipazione femminile, a una visione del mondo più moderna e transnazionale, tanto nel paese d’adozione, quanto nel paese d’origine. Così è per la giovane Louise De Salvo che, cresciuta in una famiglia del working class, dovrà lavorare sodo per conquistare un proprio spazio in una comunità scolastica e accademica che negli anni Settanta era maschilista e classista e lo farà a partire dalla scrittura. Ma la sfida è anche quella, come sottolinea DeSalvo, di “ricomporre storie individuali e collettive frammentate, segnate dalla separazione, dall’esclusione, dalla vergogna”, di mettere in discussione organizzazioni e classificazioni sociali, come spiega Michele Bottalico in un suo saggio dedicato all’emigrazione. Storie in cui gli spazi che acquistano un ruolo centrale, come la casa, come Little Italy che diventerà il cuore della costruzione di un nuovo radicamento, luogo mitico di fondazione per gli emigranti, da cui ci si sposterà verso zone ricche e autoresidenziali. Fino al lavoro in fabbrica capace di ridare nuova dignità e indipendenza e agli spazi del paese d’origine. “Grazie al paradigma del confronto – scrive Tirri – si prende consapevolezza di come gli italiani altrove abbiano maturato una nuova coscienza di sé, rompendo con il passato ma al contempo ricreandolo per dare un nuovo corso alla propria vita…Le scritture del sé aiutano a colmare quell’immenso vuoto di conoscenza sui milioni di italiani sparsi per il mondo e in questo gioco di specchi scopriremo molto sul paese Italia e sulla miriade di paesi che ne costituiscono l’essenza, l’identità, l’autenticità”.
Così in “Lifeline: An Italian American Odissey” di Bernadette Amore, contratto nel nome B.Amore, la scrittrice di origini irpine consegna un multi-libro, tra ricerche, studi, esposizioni e interviste a familiari e discendenti di immigrati italiani insieme alla conservazione di oggetti di famiglia. Punto di partenza le storie delle sue due famiglia, i Di Iorio e i D’Amore, attraverso sette generazioni tra sculture, composizioni, collage. Mentre nel libro “Doors of Memory: remembering my birthplace”, Eleanor M Imperato ripercorre i ricordi della sua infanzia ad Avella, prima della sua emigrazione negli Usa. Un libro di prosa e poesia in cui svolgono un ruolo centrale le immagini di soglie, usci e archi che si caricano di un valore metaforico, diventando archi attraverso i quali accedere alla memoria personale. E ad Avella è ambientato anche “Bitter Chicory to Sweet Espresso” di Carmine Vittoria, professore in pensione della Northeastern University di Boston, emigrato negli Stati Uniti dodicenne, che ricostruisce la sua infanzia in un paese martoriato dalla Seconda Guerra Mondiale, in un continuo alternarsi tra fatti privati ed eventi storici nazionali, un’infanzia trascorsa con la madre in una piccola comunità di pastori. Passato e presente si intrecciano anche in “30 anni di cronache da Morra de Sanctis e dei morresi emigrati” di Gerardo Di Pietro nato a Morra nel 1934 ed emigrato in Svizzera nel 1958, dove si è battuto per la piena integrazione degli operai delle fabbriche, fondatore del mensile “La Gazzette dei morresi emigrati” Ad emergere un’analisi lucidissima delle contraddizioni dell’Irpinia, dalla povertà all’abbandono da parte di una certa politica. Un itinerario, quello che consegna Tirri, in cui entra con forza la sua storia personale di emigrazione negli Usa, un libro che diventa, dunque, anche l’occasione per fare i conti con la memoria personale.


