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Gara decisiva per Renzi e il Pd

 

Esattamente il 21 aprile di vent’anini la coalizione dell’Ulivo guidata da Romano Prodi vinceva le elezioni politiche. Il professore bolognese vara un governo che avrà al suo interno due futuri capi dello Stato: Ciampi all’Economia e Napolitano agli Interni e l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è il capogruppo del partito popolare alla Camera. Quell’esecutivo avrà vita breve, solo due anni dopo cadrà per le sue contraddizioni interne e per la decisione di Rifondazione Comunista che rompe l’alleanza sulla finanziaria del ’98. L’Ulivo nasce come una coalizione tra partiti di ispirazione popolare. Pur con risultati elettorali diversi sono infatti il PPI dell’irpino Gerardo Bianco e il PDS di D’Alema i due soggetti cardine. Prodi spiega che oltre a mettere insieme l’umanesimo cattolico, il riformismo laico e la cultura laburista occorre costruire uno spazio nuovo in cui far confluire mercato e solidarietà, libertà e attenzione ai soggetti deboli della società, unica alternativa al vuoto del berlusconismo. In un mondo sempre più mediatico e che parla per simboli, Prodi ne sceglie uno che dà l’idea di un cammino: il pullman. Gira l’Italia, prova a riannodare i fili di un distacco che appare pericoloso tra ceto politico e cittadini. Nascono in questa chiave i comitati per Prodi, una più diretta e convinta partecipazione dell’elettorato di cui non ci si può ricordare solo al momento del voto. Oggi a vent’anni di distanza possiamo dire che quel amalgama, che tanto entusiasmo aveva suscitato allora, si è disperso. L’unificazione tra culture diverse è avvenuta ma quel partito riformista che doveva essere la speranza di un paese in declino è stato, finora, un’illusione. Il politologo Ilvo Diamanti parla di foglie secche del partito democratico. Un PD nato non per passione ma per pigrizia. Un partito americano, maggioritario e presidenzialista e allora bisogna chiedersi se ne è valsa la pena di rinunciare a chiamarsi socialisti, comunisti e democristiani per confluire in un partito nuovo che sorge seguendo logiche vecchie. Ma in questi anni quello che è veramente mancata è stata una legittimazione reciproca delle varie forze in campo. Il limite dell’Ulivo è stato l’assumere l’anti berlusconismo come connotazione politica. Oggi con Berlusconi in fase calante è il centrosinistra il bersaglio di tutte le opposizioni che prima di tutto sono anti renziane. Una politica che dunque si è ridotta principalmente ad una inutile prova muscolare e a una carica di propaganda eccessiva. Il risultato è un distacco sempre più crescente tra eletti ed elettori. E’ cresciuto insomma un rumore di fondo che ha avvantaggiato le forze anti sistema e anti casta che adesso sono pronte alla sfida del governo e hanno costretto i partiti più tradizionali ad inseguire ma su un terreno a loro non congeniale. Il PD, erede dell’Ulivo, è quindi oggi diventato un soggetto politico troppo schiacciato sulla personalità di Matteo Renzi. Il premier-segretario ama vincere e non partecipare, non è incline ai compromessi e intende la politica come una sfida continua. Sul suo percorso fino alla fine della legislatura sono tante le partite che deve affrontare. La prima gara l’ha già vinta. Il referendum sulle trivelle non ha raggiunto il quorum e la strategia dell’astensione adottata dal governo ha dato i suoi frutti. Ma il 17 aprile si è giocata un’amichevole se consideriamo gli altri due match che il premier deve affrontare. Il primo si gioca in due tempi il 5 e il 19 giugno ed è il voto amministrativo che tocca grandi città come, Roma, Milano, Napoli e Torino. Il secondo match si giocherà ad ottobre ed è il referendum costituzionale. La gara decisiva per Renzi, per il “suo” PD e per la legislatura.

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