È un messaggio di ritorsione di Israele contro il cardinale Pierbattista Pizzaballa, al quale sarebbe stato vietato di entrare ieri nel Santo Sepolcro in occasione della Domenica delle Palme?
Una provocazione, considerando come in passato l’alto prelato abbia manifestato il proprio dissenso – e quello dei cattolici – rispetto alle scelte di Benjamin Netanyahu nella Striscia di Gaza, dove le condizioni di vita offrono uno scenario di profonda disumanità?
Certo è che il gesto compiuto appare di tale gravità da assumere i contorni di una vera e propria dissacrazione. E la risposta indignata che si è sollevata in tutto il mondo, mobilitando anche le istituzioni vaticane, dimostra come il divieto nei confronti del cardinale Pizzaballa non abbia precedenti.
Israele, tuttavia, si giustifica: nessuna intenzione di offendere la cristianità, ma soltanto motivi di sicurezza, nel contesto di una settimana particolarmente delicata per il mondo cattolico. Di più: la zona interessata, Gerusalemme, potrebbe essere esposta a rischi legati al conflitto in corso in Medio Oriente.
In seguito alla forte protesta internazionale che ha investito lo Stato di Israele, Netanyahu ha poi annunciato la concessione del permesso ai leader religiosi di celebrare le funzioni nei giorni successivi. Da Roma e dal governo guidato da Giorgia Meloni – ma non solo – le reazioni hanno portato il ministro degli Esteri Antonio Tajani a convocare i rappresentanti diplomatici israeliani per chiedere chiarimenti, ritenuti solo in parte convincenti.
Al di là della gravità dell’episodio, resta una riflessione più ampia: Israele, con il sostegno degli Stati Uniti, contribuisce a rendere sempre più fragile un equilibrio già precario, in un mondo capovolto che sembra avviarsi verso un futuro sempre più incerto.



