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“Gesualdo”: no pasaràn

 

Mi giro intorno e colleziono delusioni. Sono amareggiato, ma non rassegnato. In fondo, penso, non potrà essere sempre così. Davanti agli occhi ho il Teatro “Carlo Gesualdo” su cui la malapolitica vuole mettere le mani. Che triste vicenda. Ne parlavo al giornale con i miei colleghi. Alla fine abbiamo deciso di stilare un “manifesto-appello” per scuotere questa città sonnolenta. Che si fa scivolare addosso tutto. Che ha un’incredibile capacità di sopportazione. Che io, invece, chiamo indifferenza. Non canterò le lodi gestionali del “Gesualdo”, né darò spazio alle miserabili polemiche di chi intende giustificare il proprio comportamento fornendo interessate notizie a discredito del consiglio di amministrazione del teatro. Dirò, invece, di ciò che questa istituzione è stata per il Mezzogiorno, la Campania, l’Irpinia, Avellino. Un bel fiore all’occhiello. Uno dei momenti più significativi in un panorama di completo disastro. Nonostante tutto. Ovvero: nonostante piazza Castello, avvolta nelle sue macerie, offra una squallida immagine a chi fruisce degli spettacoli teatrali. Le trombe inneggiano ora al suono della vergogna. Ma basta. Occorre chiarezza. Il dovere chiama alle responsabilità. Chi ha sbagliato, prestandosi a giochi meschini, deve pagare. Che vengano fuori i motivi per cui sono stati operati clamorosi tagli delle risorse destinate al teatro. Costringendolo, se non vi è riparazione del danno, a ridurre le attività, a cancellare spettacoli che altrove ci invidiano. Il teatro è del Comune. E’ la sola struttura degna, nata dalle macerie del terremoto. Il teatro non è quel maledetto tunnel che finora è stato solo un’idrovora di risorse pubbliche con le quali si è riusciti a realizzare poco più di un chilometro. Che spreco. Che vergogna. Che grande affare per chi ce l’ha all’attivo. Quanti essenziali servizi sono stati sottratti ai cittadini per quel buco dalle continue scoperte, mal progettato e pieno di sorprese? Si dovevano spendere i soldi del terremoto ed ecco questo ridicolo monumento che fa il paio con il vicino Mercatone, ancora senza un ruolo, diventato ricovero per i poveri e gli emarginati che sono la nuova cruda realtà di Avellino. No, il Teatro Gesualdo no. E’ il contrario di tutto questo. Lo sanno bene coloro che con il cravattino si presentano alla prima per farsi vedere, dando poi sostegno agli sciacalli che ora vogliono piegare il Gesualdo. L’Irpinia ha il dovere di difendere questa istituzione. Preoccupa il silenzio delle associazioni, sempre presenti su ogni tema, degli intellettuali, o cosiddetti tali, che si rinchiudono nel loro individualismo narcisistico, sempre pronti a muovere critiche sull’abbandono della città, ma restii a trovare il coraggio per un serio impegno civile. Oggi più che mai, di fronte all’imbarbarimento che si registra nel capoluogo irpino, nel quale il fango sbuffa dalle viscere nel tentativo di inondare e sporcare le idee sane e nobili, è necessario reagire, indignarsi e gridare che la città siamo noi; noi che l’amiamo, che vogliamo difenderla, che non possiamo consentire a pochi faccendieri, figli di un sistema politico maleodorante, di farne un presidio di squallido potere. Lo voglio dire con chiarezza. Se qualcuno tenta di crearsi una verginità per mandare Foti a casa (e io più volte ne ho denunciato i limiti), usando sistemi ricattatori e strumentalizzando la verità, noi non ci presteremo a questo immondo gioco che, per il passato, ha consentito grandi disastri nella città. A cominciare da quello urbanistico. Con il torrente Fenestrelle, un tempo ruscello vitale per le colline ubertose della città, oggi ricoperto da quintali di cemento, figlio di una speculazione edilizia senza scrupoli, di una magistratura troppo sonnolenta nel passato, per non dire soggiacente al potere imperante. Mentre scrivo queste note giungono in redazione decine di firme di solidarietà per il teatro Gesualdo, da tutta l’Irpinia, segno che qualcosa si muove. Di più. Seri professionisti, come il notaio Pellegrino D’Amore, si dicono pronti a contribuire economicamente per non far morire il teatro avellinese. Questa è la città che ci piace, questa è la città che è capace di ruggire di fronte ad una realtà infangata da squallidi personaggi i quali usano la politica per le proprie ambizioni e i propri affari che con la politica vera non hanno nulla a che fare, molto invece con la lurida speculazione urbanistica. Dobbiamo, tutti insieme, emarginando la malapianta, lottare energicamente per debellare quei mali che stanno trasformando la realtà che ci appartiene in una grande fogna nella quale convivono atteggiamenti ricattatori, avvilente anonimato, sottili avvertimenti lanciati con modalità che non è sbagliato definire “camorristici”. Lo possiamo fare, dobbiamo farlo. Per non consegnare ai nostri figli, ai nostri nipoti, una realtà che, dignitosa un tempo, scivola sempre di più verso il degrado morale e ambientale. Siamo giunti al paradosso: chi avverte la necessità di fare il proprio dovere viene messo all’indice e sostituito con personaggi servili e ambiziosi. Anche per il teatro Gesualdo oggi si tenta questa strada. Sarebbe davvero clamoroso se oscure manovre riuscissero ad avere partita vinta. Ciò costituirebbe l’ennesima sconfitta per la moralità pubblica, per chi crede nei valori, per chi si batte per il recupero di una storia fatta di grandi testimonianze civili. Io dico, con grande umiltà e in modo semplice ma determinato: no pasaràn.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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