di Riccardo Sica
Negli scritti e nelle ricerche di storici locali irpini come Salvatore Pescatori e Oscar Giovanni Onorato, viene approfondita la storia della Dogana di Avellino e del suo restyling barocco commissionato dal principe Marino Caracciolo a Cosimo Fanzago a metà del XVII secolo.
La statua (prassitelica o Pasitelica, come dir si voglia) di Venere Anadiomene (ritratta nell’atto di uscire dalle acque e strizzarsi i capelli) posta sulla facciata dell’edificio proveniva effettivamente da una collezione privata d’arte antica, identificata negli archivi storici e notarili dell’epoca come il famoso “museo” o galleria di antichità della famiglia Spadafora.
Il proprietario originario di tale collezione privata e della statua era il nobile Giacomo Spadafora (talvolta citato come Iacopo o Jacopo Spadafora nelle trascrizioni dei documenti d’archivio e nei saggi di storia patria dell’area campana). La Venere faceva parte del ricco patrimonio d’arte e reperti archeologici che Giacomo Spadafora custodiva nella sua dimora (definita nei testi ottocenteschi e del primo Novecento come “Museo Spadafora” o “Studio Spadafora”). La statua fu successivamente acquistata o ceduta al Principe Marino Caracciolo.
Nel 1657, durante i lavori di rifacimento della facciata della Dogana monumentale di Avellino coordinati da Cosimo Fanzago, la Venere di provenienza Spadafora fu incastonata nelle nicchie decorative insieme alle statue di vari imperatori romani per celebrare la grandezza del casato dei Caracciolo.
La famiglia Spadafora, e in particolare la figura di Giovan Giacomo Spadafora, non era affatto estranea ad Avellino, ma rivestiva un ruolo di primissimo piano nella vita politica, amministrativa e culturale della città. Giovan Giacomo Spadafora è esattamente lo stesso nobile e sindaco avellinese che commissionò lal fiammingo Pietro Torres la splendida tavola cinquecentesca dell’Adorazione dei Magi nel Duomo di Avellino nel 1589.
La rilevanza di Giacomo Spadafora ad Avellino si sviluppa su tre fronti principali:
- Il ruolo politico e amministrativo.
Giovan Giacomo Spadafora fu una figura di massima istituzione per la comunità locale. È storicamente censito nell’elenco ufficiale dei Sindaci di Avellino, avendo guidato l’amministrazione cittadina nell’anno della sua magistratura tra il 1570 e il 1571. Questo dimostra il prestigio e il radicamento della famiglia nel patriziato avellinese ben prima del restyling fanzaghiano della Dogana.
- La committenza artistica e i legami con Carlo Gesualdo
Gli studi d’archivio evidenziano come Giacomo Spadafora fosse inserito in una fitta ed elevata rete di intellettuali e mecenati, fortemente collegata a un’altra delle massime personalità storiche della provincia irpina: il celebre madrigalista Carlo Gesualdo. Spadafora fu un importante committente d’arte sacra ad Avellino: a lui si deve, ad esempio, la commissione della pala d’altare della Deposizione realizzata dal pittore Silvestro Buono per la Chiesa dei Cappuccini della città.
- Il legame familiare con l’archeologia e la cultura
La presenza ad Avellino di questa diramazione della famiglia Spadafora era legata a una profonda inclinazione verso gli studi antiquari e umanistici. Giacomo era infatti strettamente imparentato con Adriano Guglielmo Spadafora, illustre studioso di antichità e conservatore dell’Archivio di Napoli nel 1536. Fu proprio questa solida tradizione familiare nel raccogliere reperti del passato a dare origine a quella collezione privata (lo Studio o Museo) da cui provenivano i pezzi archeologici più pregiati, inclusa la Venere acquistata in seguito dal Principe Caracciolo.
La statua della Venere Anadiomene destinata alla Dogana di Avellino fu acquistata nel 1640 dal Principe Caracciolo (Marino II Caracciolo) tramite l’intermediazione del Duca di Caivano.
La cronologia esatta del trasferimento dell’opera si articola in tre tappe: 1) La provenienza originaria: la statua faceva parte della collezione d’antichità dello scomparso Museo Spatafora (o Spadafora) a Napoli.2) il primo acquisto: il Duca di Caivano comprò la Venere dal museo e la trasferì nella sua residenza a Chiaia (Napoli). 3.La cessione ad Avellino: Nel 1640, il Duca di Caivano, con suo grande dolore, vendette l’opera al Principe di Avellino, che la scelse per arricchire il monumentale programma iconografico della Dogana dei Grani. Fu una fortuna l’acquisizione della Venre da paarte del Principe Caraccciolo, giachè più tardi, in occasione della rivolta popolare guidata da Masaniello, nel luglio del 1647 il Duca di Caivano fu preso di mira dal popolo, essendo considerato uno dei principali responsabili delle gravose gabelle sui beni di consumo e la folla inferocita saccheggiò e diede alle fiamme ben cinque delle sue proprietà, inclusa la sua sontuosa residenza a Chiaia. Se la statua fosse rimasta lì, sarebbe probabilmente andata distrutta nel rogo; si salvò proprio perché era già stata trasferita ad Avellino nel 1640.


