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Give Back: i ragazzi e il futuro delle aree interne

Di Matteo Galasso

Nell’intervista che segue, esploriamo l’ispirazione dietro la nascita di Give Back; un’associazione nata dal basso che si interfaccia direttamente alle dinamiche legate alle aree interne e al loro spopolamento, con l’intento di elaborare una strategia per invertire la rotta della cosiddetta fuga dei cervelli. L’idea nasce dalla personale esperienza di giovani provenienti da piccoli centri di tutto il Paese, che affrontano, nella propria quotidianità, il dilemma tra partire in cerca di un futuro dignitoso o restare: questo ha condotto alla creazione dell’associazione, che mira a strutturare un riferimento e un presidio, finora assente, per tutti coloro che abbracciano questa sfida con convinzione.

 

La filosofia di Give Back, riflessa nel motto restituire per costruire, si traduce in iniziative come il progetto pilota dell’associazione – finanziato da fondi Erasmus+ dell’UE – che ha riunito lo scorso anno più di 50 under 35 a Castelvetere sul Calore (AV), seguito dal Ruralthon dello scorso luglio, promuovendo il coinvolgimento attivo e l’ascolto di amministratori locali, professionisti e imprenditori. L’obiettivo principale dell’associazione è proprio quello di costruire opportunità, basate sui punti di forza di questi territori, e un’alternativa alla fuga forzata in contesti marginali, basandosi sulla condivisione di esperienze efficaci attraverso l’utilizzo dei social media e dell’internet che rappresentano un’occasione di rilancio e riscatto per le zone più remote del Paese.

 

Questo emerge dalle parole di Roberto Sullo, Samantha Mongiello e Salvatore Bimonte, fondatori dell’associazione.

 

Quando nasce l’idea di fondare un’associazione per affrontare i fenomeni legati alle aree interne?

Give Back nasce dal basso, dalla vita di paese di tutti i giorni. I ragazzi dell’entroterra si trovano di fronte al dubbio amletico del millennio: “Partire o restare?”. Anche noi siamo andati via per studiare ed è allora che senti l’appartenenza al luogo dell’infanzia. Tornando a casa per l’estate, ritrovavamo quei volti amici con cui parlare delle proprie esperienze, di quello che manca e quello che invece c’è ma non viene valorizzato. Così si è cominciato a pensare alla possibilità di portare qui ragazzi della nostra età per aprire un dibattito sulle problematiche delle aree interne, per verificare in che modo queste fossero condivisibili. Quindi, da chiacchierate spontanee, è sorto un progetto Erasmus che la scorsa estate ha visto giungere 50 ragazzi da tutta Italia nel comune di Castelvetere sul Calore (AV). Abbiamo capito che i confini della nostra comunità non sono i confini del mondo e che bisogna superare le singole esperienze – personali e interpersonali –  per metterle in gioco in un contenitore più ampio. Siamo quindi pervenuti al bisogno di fondare un’associazione che ci consentisse di dare una struttura alla comunità di apprendimento che si è creata.

 

Cosa rappresenta la filosofia del “Give Back” per la vostra community e come si traduce concretamente nelle vostre attività?

Il motto di Give Back è “restituire per costruire”, promosso da una rete di ragazzi che si ritrovano in un contesto educativo informale, dando vita ad una piattaforma di partecipazione attiva a cui collaborano anche politici, imprenditori e stakeholders. Un esempio pratico è stata l’iniziativa realizzata questa estate, “Ruralthon”, una competizione di idee, proposte e soluzioni per le aree interne, che ha lanciato diversi spunti per progetti futuri che coinvolgono il pubblico e il privato. Queste iniziative consentono lo sviluppo e l’implementazione delle competenze chiave di cittadinanza, le soft skills. L’impatto non è limitato ai soli partecipanti, ma genera un effetto moltiplicatore capace di innescare processi virtuosi di socializzazione e un valore che prescinde da quello economico e si concretizza nelle relazioni.

 

Come si incoraggia la partecipazione tra i giovani e le istituzioni in un tempo, il nostro, in cui la rete ha sostituito la piazza? Quali strumenti o piattaforme utilizzate per creare un dialogo significativo?

Utilizziamo la rete per abbattere le distanze territoriali. Il nostro atteggiamento nei confronti di internet non è scettico, ma ne sfrutta le potenzialità. La nostra comunità è un interscambio tra la dimensione virtuale e quella reale. Non possiamo abbandonare la piazza, perché è da lì che sorgono gli spunti per le riflessioni che portiamo avanti.

 

Quali sono i sogni nel cassetto di Give Back?

Vogliamo costruire un cassetto solido e riempirlo di persone, idee e buone pratiche da pensare e realizzare anche nei contesti ad oggi marginali. Il sogno è quello di creare possibilità dove non ce ne sono sulla base del concetto “le cose che funzionano, mi influenzano”.

 

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