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Il primo giro di consultazioni al Quirinale non ha sciolto il rebus del governo ma ha favorito una prima definizione delle posizioni tra le forze politiche, il che già di per sé è un passo avanti. Di fronte al capo dello Stato, che lo ha ripetuto anche pubblicamente, coloro che dal 4 marzo in poi si erano frettolosamente autoproclamati vincitori delle elezioni, cioè l’alleanza di Centrodestra da una parte e i Cinque stelle dall’altra, hanno dovuto ammettere che “nessun partito, né schieramento politico dispone, da solo, dei voti necessari per formare un governo e sostenerlo”. Occorre dunque tessere intese che consentano di formare una coalizione sulla base di un programma condiviso; una condizione che finora non è emersa; il che richiede un ulteriore tempo di riflessione al termine del quale i gruppi parlamentare torneranno al Quirinale con le rispettive proposte, per consentire a Mattarella di “verificare se è maturata qualche possibilità che oggi non si registra”.

La realistica presa d’atto – c’è voluto un mese – del risultato elettorale ha già prodotto significativi cambiamenti nelle strategie dei principali partiti, in particolare di quelli che appaiono naturalmente predestinati a formare la maggioranza. Clamoroso è il cambio di tattica di Luigi Di Maio, in quale sembra aver capito  che per entrare in una combinazione di governo deve lasciar cadere, almeno per il momento, la pretesa esclusiva della guida dell’esecutivo e rassegnarsi ad una trattativa sulla coalizione, fino a ieri bestia nera del suo movimento. La mossa successiva – “un contratto di governo si può sottoscrivere o con la Lega o con il Pd” – è palesemente strumentale oltre che irragionevole, poiché appare chiaro che Pd e Lega non sono intercambiabili. Serve solo a mettere in difficoltà il centrodestra e il suo portavoce Matteo Salvini, agitando lo spauracchio di un’intesa per così dire di centrosinistra, a prescindere dai contenuti.

Quanto al centrodestra, il pesante attacco di Berlusconi ai Cinque Stelle – no a un governo fatto di pauperismi e giustizialismi, populismi e odio – era sembrato in un primo momento indebolire l’alleanza, ma invece ha finito per rafforzarla, perché il leader di Forza Italia ha capito presto che se vuole contare ancora sulla scena politica deve rassegnarsi a farsi rappresentare da Salvini, come ha già fatto nella trattativa per Senato e Camera,  e quindi ha accettato di andare al Quirinale per il secondo giro di consultazioni con una delegazione unitaria guidata dal capo della Lega.

Poiché in questa fase è ancora ferma l’indisponibilità del Pd a un confronto programmatico, la partita sembra destinata a proseguire con due soli protagonisti. Finora il tandem Luigi Di Maio-Matteo Salvini ha retto bene, anzi si è consolidato, come dimostra la ferrea spartizione degli uffici di presidenza delle due Camere, con la pratica emarginazione delle minoranze e, ultimamente, con la composizione delle Commissioni speciali che in pratica rappresentano in questa fase di passaggio la sede di elaborazione di una piattaforma programmatica della futura maggioranza. Al Senato la Commissione si è già riunita, e Cinque Stelle, Lega e Forza Italia hanno fatto l’en plein di presidenza e vicepresidenze, lasciando le briciole – un segretario a testa – al Pdi e a Fratelli d’Italia. Se lo schema si ripetesse alla Camera, che costituirà la propria Commissione speciale in settimana, saremmo di fronte alla piena occupazione di tutti gli spazi istituzionali disponibili nel nuovo Parlamento, con una spregiudicatezza mai vista prima. Ma come si concilia questa pratica spartitoria con la presa d’atto che le elezioni non hanno consacrato un vincitore e che quindi occorre dar vita a “convergenze programmatiche” solide? O la spartizione si estende dal terreno istituzionale a quello politico, dando vita ad un esecutivo di coabitazione Di Maio-Salvini con Forza Italia in posizione di rincalzo; o tutto torna in alto mare, e a quel punto possono entrare in gioco altri protagonisti. Nel primo caso, tuttavia, resterà da chiarire il rapporto del governo con l’Europa, e su questo anche Mattarella avrà qualcosa da dire.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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