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Domani avrebbe compiuto cento anni. Aldo Moro era nato il 23 settembre del 1916 a Maglie, in Puglia, figlio di insegnanti elementari. Quando muore barbaramente ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978 in molti sostengono che con lui muore la Prima Repubblica quella fondata sui partiti lontana anni luce da questa attuale che si regge sulla politica personalizzata. Il suo percorso è simile a tanti altri protagonisti del dopoguerra. Il suo percorso è simile a tanti altri protagonisti del dopoguerra. Entra in politica attraverso l’associazionismo cattolico e diventa in tempi rapidissimi uno dei leader indiscussi della Democrazia Cristiana e del Paese. Presidente del Consiglio per sette anni in cinque governi; più volte ministro degli Esteri; segretario della DC per quattro anni. Moro è stato senza alcun dubbio lo stratega del partito con il superamento del centrismo degasperiano e l’apertura a sinistra prima ai socialisti e poi ai comunisti con la nascita dei governi di solidarietà nazionale. Moro è stato il leader politico più attento ai cambiamenti della società italiana. Capire ed interpretare i tempi nuovi era per lui il senso della politica. Legge in questa chiave le trasformazioni in corso nel mondo giovanile e nel mondo del lavoro dicendo che dopo la stagione dei diritti il Paese si sarebbe salvato solo se avesse aperto la stagione dei doveri. E’ in questo quadro in evoluzione che Moro sul piano più strettamente politico immagina e definisce il confronto con il PCI di Berlinguer. Un percorso necessario perché come diceva lui stesso, bisogna passare dalla “democrazia difficile, alla democrazia compiuta”. Insomma con i comunisti si dava vita momentaneamente ad un governo, insieme si affrontava una fase complessa ed articolata e quindi le due forze tornavano a dividersi nel confronto democratico per la guida del paese. Con la sua morte questo progetto è andato in frantumi. La DC e il sistema politico che si reggeva su di essa è esploso e oggi si intravede solo il nulla. Nel secondo dopoguerra la generazione di cui Moro faceva parte riuscì nella difficile impresa di ricostruire un Paese distrutto e far partecipare alla vita sociale e politica le masse popolari. Oggi apparentemente queste masse attraverso i social e i movimenti sono dentro il gioco politico ma in realtà sono solo spettatrici. Il distacco tra eletti ed elettori è aumentato notevolmente e la vita dei partiti è affidata al carisma personale del leader. Ha ragione Ciriaco De Mita quando ricordando i meriti della DC sottolinea che “finita questa storia democristiana che molti vogliono solo negativa, mi sapete dire cosa è successo dopo? Chi è arrivato? C’è stato un periodo in cui io ero molto più duro con alcune espressioni della DC, ora ho corretto il giudizio. Non nel senso che assolvo i singoli, ma ho capito la lezione morotea: individuata una difficoltà non ci si rassegna, la si riduce”. E’ dunque con la tragica morte di Moro che viene cancellato il solo progetto elaborato per rinnovare il sistema politico e rilanciare la democrazia rappresentativa allargando l’area del consenso e della responsabilità di governo. L’attuale inconcludenza di movimenti e partiti ha aperto le porte ad una strategia basata solo sul consenso leaderistico e mediatico affidando la contesa politica ad uno scontro permanente e al trasformismo. Qualche anno fa l’ex parlamentare Guido Bodrato ha scritto che con la fine della Prima Repubblica e con il nuovo ciclo della vicenda democratica la passione per la politica ha lasciato in molti lo spazio all’indifferenza e poi alla rassegnazione. E tuttavia è in un tempo come questo che dobbiamo ricordare le parole di Giacomo Ulivo, martire della Resistenza: “Tutto questo è successo perché voi, un tempo, non ne avete più voluto sapere”.
edito dal Quotidiano del Sud

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