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I furbetti e la riforma Madia

 

Purtroppo siamo ancora a scrivere dei furbetti del cartellino, dopo tanto parlare e tante immagini andate su tutte le televisioni! Perché ritornare sull’argomento? Forse perché il fenomeno è ancora più vasto e diffuso di quanto appare e le cause non sono state ancora intaccate, nonostante le strette legislative che si sono succedute dagli anni novanta in poi, e più di recente dai “tornelli” di Brunetta alla semplificazione delle procedure di sospensione e di licenziamento per l’attestazione delle firme false. Come se questo fosse il problema dello scasso della pubblica amministrazione! Se tanti impiegati infedeli continuano a sfidare le telecamere postate un po’ dovunque, la rabbia popolare ed ora le sospensioni e addirittura i licenziamenti che sembrano più facili, le ragioni non possono risiedere solo sulla stupidità umana, che pur è immensa. Ci deve essere dell’altro se molti furbetti continuano a comportarsi come se avessero l’impunità assicurata. Oltre ad una diffusa credenza popolare di considerare la cosa pubblica come un bene da spremere per ricavarne tornaconti personali e non un servizio pubblico, a volte anche ben retribuito, da svolgere con dignità ed amore in favore degli utenti, si è creata da anni una vera e propria cultura di non dover rispondere a nessuno del proprio comportamento perché “così fan tutti” a cominciare dai dirigenti e dai manager che i politici mettono ai posti di comando per fini elettorali. Per molti di questi l’amministrazione pubblica è una riserva senza limiti! Il clientelismo, specie nelle piccole città di provincia, è tutt’altro che finito e le nomine nella Pubblica Amministrazione – vedi Sanità continuano ad essere fatte dai politici della regione che continuano a dare così pessimo esempio di moralità. E’ prassi comune, nelle nostre povere ed emarginate zone di provincia, che senza una amicizia interna, una conoscenza, una segnalazione politica o l’interessamento di un sindacato le porte degli uffici pubblici rimangano sprangate. Se sono prima i capi ad abusare del loro potere di ritenere di non dover sottostare a norme, spesso suggerite da loro, a regolamenti interni compiacenti, ad una prassi comune e le maglie dei controlli ad essere così lasche, perché il resto del personale non si dovrebbe adeguare all’andazzo generale? Dovrebbe essere assicurata la trasparenza negli uffici e i controlli più efficaci! Ma chi controlla i controllori? Finora non hanno mai pagato e continueranno a non pagare! Davvero la Madia crede di poterne imbrigliare il potere e il comportamento e se, finora, non ci si è riusciti è colpa dei politici, ormai rottamati da due anni? Si è mai domandata perché tanti intermediari tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione? Perché una società più scolarizzata di cinquant’anni, meno economicamente dipendente e nella quale l’informazione ha raggiunto vette così elevate, i patronati, i commercialisti, i fiscalisti, i consulenti, gli esperti oltre che gli amici degli amici tanti faccendieri e intermediari “di professione” debbano farla da padroni ed i diritti individuali abbiano tanta poca protezione? Le norme, condizionate dalla cronaca e dal furore popolare, spesso non sortiscono effetto alcuno come è provato nella reiterazione delle truffe che continuano a verificarsi in questi mesi, perché non vanno alla radice del problema e non hanno un armonico assetto tra esse. L’ultima riforma che la Madia sta mettendo in cantiere: i premi (800 milioni di euro per 48000 dirigenti) – che prendono già da anni- sembrano muoversi nella stessa direzione di sempre: indennità rapportate all’anzianità, al numero delle riunioni fatte, alle relazioni scritte, ad una generica vigilanza, a obbiettivi che si danno gli stessi uffici, facilmente raggiungibili. Insomma tutto lascia presagire che è un dèjà vu.
edito dal Quotidiano del Sud

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