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I veleni sulle unioni civili

 

Alla fine la soluzione per garantire un percorso parlamentare al provvedimento sulle Unioni Civili è stata trovata. La strada è quella di un maxiemendamento che sostituisce il testo del disegno di legge Cirinnà con lo stralcio della parte riguardante le adozioni. Un modo per ritrovare l’unità all’interno della maggioranza di governo ricucendo il rapporto con il nuovo centrodestra di Alfano. Una strada diventata per Renzi l’unica praticabile visto che il premier non si fida del Movimento Cinque Stelle. Per quasi un mese però l’aula del Senato si è dilaniata ed è rimasta paralizzata e Matteo Renzi si è trovato di fronte al primo vero intoppo in due di anni di governo. La polemica sulle Unioni Civili è stata la configurazione plastica di quello che sta accadendo nella politica del nostro paese. Scontri verbali con il solo scopo di intercettare le tante pulsioni della società ma senza riuscire a tradurle in nuove e significative proposte e progetti. L’idea che si possono usare i diritti come uno dei tanti spot propagandistici rende la misura di un ceto politico invaso da una travolgente ondata di dilettantismo. Dal ’94 ad oggi con la scomparsa dei partiti tradizionali, sono caduti i muri delle ideologie e si sono alzati altri muri, quelli del trasformismo parlamentare, del nuovismo come unico antidoto a tante cocenti delusioni. E’ aumentato il distacco tra eletti ed elettori, è cambiato il linguaggio diventato più crudo e diretto e si è perso, a causa della legge elettorale, il radicamento sul territorio. Una corsa verso il nuovo che non è paragonabile con nessun altra nazione europea dove la tradizione dei vecchi partiti ha resistito all’onda d’urto del cambiamento. E proprio in Europa tutti i Paesi hanno una legge che regola le Unioni Civili. In Italia questo provvedimento è invece avvelenato da una contesa post ideologica e regolamentare che fa solo sorridere. Nessuno che è riuscito ad inquadrarla nel rispetto e nel dovere di riconoscere dei diritti finora sottratti a una minoranza. La politica ha insomma il dovere di intervenire senza lasciare ancora una volta ai giudici la supplenza, il compito di giudicare cose su cui i partiti non riescono a decidere. Deputati e senatori si sono trasformati in questi giorni in tanti piccoli “azzeccarbugli” e sono andati a caccia di regolamenti parlamentari astrusi e da nomi fantasiosi: il famoso “canguro”. Come ha scritto il costituzionalista Michele Ainis “la forma vince sulla sostanza, ma è una vittoria di Pirro. Perché la democrazia si nutre di regole formali, però i formalismi disegnano una caricatura delle regole, e in ultimo impediscono la stessa vita democratica. Succede nelle assemblee parlamentari, succede nelle assemblee condominiali, quando le baruffe sui millesimi precludono qualsiasi decisione. C’è tuttavia un’allerta da trasmettere ai nostri avvocati, pardon, senatori: attenti, se convertite ogni intervento in un’arringa, se trasformate la politica in processo, il Parlamento finirà per diventare un tribunale, ma i tribunali sostituiranno il Parlamento”. Un modo e un metodo che hanno un solo risultato: rendere ancora più evidente la crisi di fiducia che i cittadini hanno verso la politica. Il distacco si traduce in forme populiste ma c’è un rischio ancora più grande che per rispondere alle domande di insoddisfazione la risposta sia una forma autoritaria e così non si risolve la crisi della democrazia ma la si amplifica. Una semplificazione molto pericolosa. Il grande sociologo Zygmunt Bauman sostiene che stiamo vivendo un interregno e ricorre a Gramsci quando diceva che se il vecchio muore e il nuovo non nasce si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Insomma oggi i vecchi strumenti non funzionano più ma quelli nuovi non ci sono ancora.ù
edito dal Quotidiano del Sud

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