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Il 41% degli italiani non si riconosce in alcun partito

Di Matteo Galasso

In base all’ultima rilevazione di Swg, che effettua settimanalmente una media dei maggiori sondaggi politici Italiani, più del 41% degli aventi diritto non esprime alcuna preferenza e non si rivede in alcun partito, di fatto, astenendosi.

Per quanto si tratti di un sondaggio e non di un dato confermato, le statistiche parlano chiaro: se si votasse oggi, in Italia quasi un elettore su due non si recherebbe alle urne. È un fenomeno che deve farci riflettere, perché rende una democrazia rappresentativa “meno rappresentativa”, in quanto è solo attraverso il sacrosanto strumento del voto che i cittadini scelgono da quali rappresentanti dovrà essere amministrato il Paese in loro nome. Ma se è vero che la sovranità appartiene al popolo, non è certo astenendosi che la si esercita.

Nonostante il voto sia un diritto e anche un dovere, è, però, in parte sbagliato in questo contesto dare torto ai soli cittadini, ancora di più lo è generalizzare: non sappiamo di per certo le diverse motivazioni che influenzano sulla decisione di non esprimere il proprio voto. C’è chi si astiene per indecisione, chi per disinteresse, ma anche chi non si reca alle urne per una delusione personale nei confronti della classe dirigente.

C’è da dire che nonostante la maggior parte dei leader politici si dia come obiettivo quello di raggiungere questi non-elettori, sembra che non si faccia altro che allontanarli, fino a farli piombare nel disinteresse più totale e a fargli credere che il “sistema” non possa essere che peggiorato.

Un modo certo per far riacquistare la fiducia e spingere i cittadini a condividere la propria visione di Italia attraverso questo strumento che la democrazia ci ha garantito, il voto, è quello di ristabilire un contatto reale e più diretto tra rappresentanti e rappresentati, partendo dal livello nazionale fino a quello della più ristretta realtà comunale: uno stop deciso va messo al fenomeno del populismo, che– con promesse allettanti che si rivelano poi impossibili da mantenere – avvicina solo per un breve periodo diversi elettori a un determinato partito o movimento, allontanando nello stesso tempo molti altri dalla vita politica.

Altro problema è l’incoerenza che molti esponenti dimostrano anche a brevissimo termine: si finisce per dare il proprio voto a qualcuno che promette di non allearsi mai con un determinato partito – i famosi “mai con…”–per poi assistere alla nascita di alleanze con lo stesso, che si concretizzano e diventano addirittura “fondamentali per….

Per non parlare di coloro che tradiscono anche paradossalmente le proprie posizioni politiche, fino a finire per combatterle: da scissionisti fino all’ultimo sangue si finisce per diventare grandi patrioti nel giro di qualche anno. Dall’essere progressisti si passa in un batter d’occhio ad essere spietati conservatori.

Si finisce per contraddire le parole dette qualche anno prima. Come se lo stesso politico incarnasse due personalità. Questo fenomeno è a tal punto evidente e frequente che mentre gli astenuti aumentano in silenzio, anche chi partecipa attivamente e passivamente alla vita politica si astiene dal commentare, come se avesse a che fare con un fenomeno consueto.

Altra grande piaga della classe dirigente è quella del trasformismo: va bene che qualche rappresentante abbia cambiato la propria posizione politica, ma è paradossale che in soli 3 anni dalle ultime elezioni, ci siano stati più di 259 cambi di casacca. Alla Camera dei Deputati, dei 630 deputati, 138 hanno cambiato almeno una volta Partito, mentre al Senato della Repubblica, su 320, sono stati 65 ad aver cambiare almeno una volta gruppo parlamentare. Questi numeri ci proiettano un quadro, nel complesso, abbastanza pieno di incoerenze: più di un parlamentare su 5 ha, infatti, “cambiato idea”.

Non ultimo fenomeno da considerare scoraggiante è sicuramente quello dell’assenteismo di molti dei parlamentari eletti, che in alcuni casi superano anche il 90% delle assenze ai lavori, come se amministrare un Paese o legiferare fosse un hobby al quale si possa venir meno ogni volta che si voglia. Il Comma 1 dell’Art.48 della Costituzione sottolinea che è dovere dei deputati partecipare ai lavori della Camera, ma la percentuale media delle assenze durante le votazioni parlamentari raggiunge il 14%.

Quello che può essere fatto dalla classe dirigente è tanto, tantissimo, ma in ogni modo sempre insufficiente: è necessario che anche i non-votanti riacquistino interesse nei confronti della propria nazione, oltre che riprendere la consapevolezza che è possibile cambiare davvero le sue sorti con il segno di una matita. Con l’attuale legge elettorale, infatti, se questo 41% di cittadini decidesse di unirsi, scegliere e votare per il medesimo partito o la medesima coalizione, potrebbe assicurare al Paese un governo stabile per 5 anni che non contempli nessuno di tutti i partiti che esistono oggi nei sondaggi. Questo basti per dimostrare che con la forza di volontà è davvero possibile cambiare le sorti di un Paese.

 

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