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“Il chimico dei fantasmi” di Biazzo chiude Avellino Letteraria: dal nucleare all’intelligenza artificiale, così la letteratura ci aiuta a comprendere il nostro tempo

E’ stata la riflessione sui confini della scienza, a partire dalla presentazione de “Il mistero del chimico dei fantasmi” di Salvatore Biazzo, a chiudere la prima parte della sesta edizione di Avellino Letteraria. La kermesse culturale, giunta alla sua sesta edizione, tornerà a settembre con un nuovo appuntamento dedicato a Bartolo Longo, fondatore del Santuario Mariano di Pompei. Ed è un bilancio certamente positivo quello tracciato dalla direttrice artistica Annamaria Picillo: «Siamo convinti che promuovere la cultura sul territorio significhi offrire un contributo importante al futuro dei giovani». A dialogare con Biazzo Massimo Montanile, esperto di sicurezza digitale e presidente dell’associazione Intrecci, che ha sottolineato la capacità del libro, che ricostruisce la figura di Oscar D’Agostino, di farsi strumento per comprendere il nostro tempo.

“Al centro della vicenda – ha spiegato Montanile – troviamo Oscar D’Agostino, il chimico dei ragazzi di via Panisperna. Una figura straordinaria, decisiva nella storia della ricerca nucleare italiana e tuttavia rimasta nell’ombra rispetto a nomi divenuti leggendari come Enrico Fermi, Emilio Segrè, Ettore Majorana o Bruno Pontecorvo. Ed è proprio questa scelta narrativa a colpirmi profondamente. Salvatore Biazzo non costruisce il suo romanzo attorno all’eroe già celebrato dalla storia, ma intorno a uno di quei protagonisti silenziosi senza i quali, probabilmente, quella stessa storia non sarebbe mai esistita. È quasi un atto di giustizia. È il recupero della memoria di chi ha contribuito in modo decisivo al progresso umano senza riceverne il meritato riconoscimento. Ma questo libro va oltre. È certamente un romanzo storico. È anche un thriller. Ma soprattutto è un romanzo sulla conoscenza. Sulla responsabilità della scienza. Sul rapporto, antico quanto l’umanità, tra sapere e potere. Studiando questo libro ho avuto la sensazione che la domanda fondamentale posta da Biazzo non appartenga soltanto agli anni Trenta o Quaranta del Novecento. Appartenga, invece, profondamente anche a noi. Allora la frontiera del futuro era l’energia nucleare. Oggi quella frontiera si chiama intelligenza artificiale. Allora il mondo si interrogava su chi avrebbe controllato l’atomo. Oggi ci chiediamo chi controllerà gli algoritmi. Allora la conoscenza poteva cambiare gli equilibri geopolitici del pianeta. Oggi accade esattamente la stessa cosa. Cambiano le tecnologie. Non cambiano le responsabilità. Per questo credo che il libro di Salvatore Biazzo non sia soltanto una ricostruzione storica. È una riflessione sul destino della conoscenza. Ci ricorda che ogni grande scoperta scientifica apre possibilità straordinarie, ma pone sempre una domanda morale. La stessa domanda che accompagna ogni rivoluzione tecnologica: la conoscenza serve a rendere l’uomo più libero oppure più controllabile? Credo sia questa la domanda più importante che il romanzo consegna al lettore. E forse è proprio per questo che il libro continua a lavorare dentro di noi anche dopo averne concluso la lettura”. Montanile ha posto l’accento sulla capacità di Biazzo di “intrecciare documentazione storica e invenzione narrativa. Non usa la storia come semplice sfondo. La fa respirare. La rende viva. Le restituisce emozione. Poichè il compito della lettura non è offrire risposte definitive ma aiutare a porre risposte migliori” .

Biazzo ha ricordato come il romanzo nasca anche dalla volontà di celebrare i 50 anni dalla morte di Oscar D’Agostino “Ho scelto di ricostruire il mondo in cui si sviluppano le scoperte di D’Agostino, segnato da spie e segreti. E’ sorprendente come D’Agostino dimostri di essere sempre a conoscenza di ciò che accadeva nel resto del mondo. Centrale nella narrazione è anche la storia del brevetto. La bomba atomica fu brevettata ma gli scienziati che offrirono un contributo alla ricerca ricevettero 4000 euro, invece dei due miliardi che spettavano loro”. E ricorda come anche quando risponde a Mussolini che voleva informazioni sull’arma segreta che stavano realizzando negli Usa probabilmente sceglie di non dire tutta la verità. “Nella relazione inviata al presidente del Cnr Francesco Giordani si limitava ad affermare che ‘E’ teoricamente possibile usare l’uranio 235 per la realizzazione di esplosivi di grande potenza, Penso, però, che tale realizzazione non possa essere imminente, perchè ciò presuppone la soluzione di problemi formidabili e spese enormi, assolutamente incalcolabili”. Per ribadire come sono ancora tante le domande ancora senza risposte, malgrado il memoriale pubblicato dal chimico “Chi aveva avvisato D’Agostino del pericolo che correvano Fermi e la moglie?…Esisteva davvero l’amico fidato, il medico che aveva saputo da un altro amico o era un’invenzione”. Fino al documento inviato a Mussolini in risposta alla domanda se era possibile realizzare una bomba atomica di cui si sono perse tracce.

A partecipare al confronto il sindaco Nello Pizza, il presidente dell’associazione Carlo Gesualdo Edgardo Pesiri, il generale Antonio Caputo, presidente cda Asmel, Clelia Gambino, vicepresidente “Le otto terre”. Ad impreziosire l’incontro, moderato dalla giornalista Daniela Apuzza, gli intermezzi musicali del duo BassaVoce.

 

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