di Virgilio Iandiorio
Carlo Nazzaro, giornalista e scrittore (Chiusano di San Domenico, 3 dicembre 1887 – Napoli, 24 gennaio 1975) iniziò la sua carriera giornalistica nei primi anni del Novecento (si possono leggere tutte le sue notizie bio-bibliografiche con ChatGPT). Era solito il mio amico Fausto Baldassarre, montefalcionese, parlarmi di Carlo Nazzaro e di quando si recava con suo padre, il dott. Felice medico condotto di Chiusano, a fargli visita nelle feste natalizie. L’Amministrazione Comunale di Chiusano San Domenico, ne ha conservato il ricordo con iniziative culturali, che negli anni scorsi sono state affidate al prof. Enrico Dell’Orfano, al prof. Antonio Festa, alla locale Scuola Statale, e naturalmente al prof. Fausto Baldassarre.
Per ironia della sorte Carlo Nazzaro, promettente studente di giurisprudenza, non portò a compimento i suoi studi universitari perché attratto dal rumore ammaliante delle rotative e dall’odore di inchiostro dei giornali appena stampati. Gli studi classici, quelli liceali, non andarono perduti, anzi con il tempo divennero come il vino buono nelle botti di rovere.
Nei tre volumi che raccolgono una parte della sua produzione scritta – Napoli sempre viva, Vico Fantasia e Napoletani col don– i riferimenti alla cultura classica in genere sono molti ed hanno un peso importante nell’economia del suo raccontare e descrivere fatti, persone e cose.
Un elzeviro (articolo della pagina letteraria dei giornali) più degli altri ci può illuminare sul rapporto di Carlo Nazzaro con la cultura classica. Si intitola “Il maestro della terza” della raccolta Napoli sempre viva.
Carlo Nazzaro studente dell’ultimo anno in un liceo della provincia aveva per docente di latino un vecchio professore che si presentava a scuola puntualmente in ritardo.
Poche parole sono sufficienti a Carlo Nazzaro per fornire al lettore una motivazione del ritardo del suo professore, ma anche tutto il contorno di dicerie diffuse nell’ambiente scolastico:” Correva voce che giocasse al lotto, aveva una famiglia numerosa e, si diceva, debiti e, spesso, l’usciere giudiziario alla porta. Gli alunni della terza erano considerati una classe di ciuchi”.
Poi subito una virata, ma senza scossoni, del discorso:” Di questa classe facevo parte anch’io e, in quell’anno, il 1903, si traduceva Ovidio”.
Ovidio, il professore e le annotazioni buttate lì, quasi da sembrare estemporanee, in Carlo Nazzaro si fondono per illuminare queste mutevoli sorti umane, ieri come oggi. “La crudeltà di Augusto aveva confinato alle foci del Danubio il poeta Abruzzese [Ovidio] e, di qui, l’esule con lettere a parenti e amici, si sfogava in lacrime e lamenti. Pensava, il misero, di intenerire il cuore del tiranno, protettore delle arti, amico dei poeti, amico di Mecenate, che era amico dei poeti. Ma ahimé! l’abruzzese ebbe più dura sorte di Dostojewski, perché non riuscì a scappare dalla Siberia dove lo aveva spedito lo Czar di Roma e morì tra le nevi del Ponto Eusino”.
In pochi periodi, con il piglio del docente che porge in modo chiaro ed essenziale, Carlo Nazzaro tratteggia la vicenda del poeta di Sulmona e il libro delle sue Elegie. La bellezza della traduzione e del commento al testo latino catturavano l’attenzione degli studenti: “Il maestro traduceva, e quella classe di ciuchi, era tutta intenta ad ascoltare. Avevamo poggiato il mento tra le palme delle mani e non battevamo ciglio. Il maestro non era più quell’uomo tozzo e obeso. Scorgevamo una bella testa bianca come la neve, la neve che con commosso tremore Ovidio descriveva dalle rive del Mar Nero, quando, per l’intenso freddo, i capelli gli si ghiacciavano, risuonando come ghiaccioli”.
Quali misfatti, errori, crimini aveva commesso Ovidio per meritare tanta punizione? Non si saprà mai; ma il maestro di latino rifletteva in quelle del poeta le sue tribolazioni. “Chiudeva allora il libro – sottolinea Carlo Nazzaro – e riprendeva a passeggiare tra i banchi, guardando un po’ il soffitto, un po’ fuori dalle finestre, ripetendo quei gesti e segni cabalistici con le mani. Interrompendo la passeggiata, diceva: Riprenderemo domani: a domani il viaggio del poeta attraverso mari tempestosi, fiumi gelati, scorrerie di pirati, notti interminabili. La commozione forse gli impediva di continuare. Ma la classe dei ciuchi protestava: No, no, continuate. E il maestro che veniva sempre tardi a scuola riapriva il libro”.
Nel ripercorrere i momenti salienti della traduzione Carlo Nazzaro insiste sui sostantivi, in italiano e in latino, “gelo, freddo, ghiaccio” e lo fa a bella posta perché gli consentono di stabilire un parallelismo tra il Ponto Eusino di Ovidio e la Siberia degli intellettuali deportati.
E a chiosare il tutto un tocco di ironia: “E il maestro che veniva sempre tardi a scuola riapriva il libro, e il dolore dell’esule commuoveva ancora la scolaresca mentre nelle aule accanto si sbadigliava forse su Catone e Quintiliano”.
Il dialogo con la tradizione classica è sempre foriero di forme nuove per la letteratura del nostro tempo, e anche di mondiali riconoscimenti. Come è avvenuto pochi giorni fa per la scrittrice canadese e docente di greco antico Anne Carson insignita del Premio Nobel per la Letteratura.

