di Gianni Marino
Il funzionamento disastroso del Depuratore nell’Area Industriale della Fiorentina ci ha messo di fronte ad una nuda verità: dopo mezzo secolo dal terremoto del 1980 l’industrializzazione progettata e realizzata è di “mediocre qualità” (con qualche eccezione) e al di sotto di ogni aspettativa. Dopo anni di ordinaria amministrazione l’Arpac riaccende i riflettori, l’ente gestore ASI latita, i cittadini. I Sindaci alzano a ragione la voce. Una mediocre qualità industriale è causa negli anni di irreversibili disastri ambientali. Siamo ancora in tempo per un critica radicale di tale modello industriale? Già nel 2018 denunciai certi sversamenti abusivi, già allora trovai un muro di gomma da parte anche di Tecnici prezzolati. Gramsci diceva che la storia insegna ma non ha scolari: figuriamoci docenti.
I Nuscani sono stati denominati per secoli “ Pignatari” per la fiorente e caratteristica fabbricazione di “pignate”, vasi, tegole e laterizi. L’attività di lavorare la creta (pregiata perché ricca di ferro) ebbe in paese un suo fiorente e consolidato mercato territoriale. In tale settore artigianale i nuscani raggiunsero livelli sorprendenti di qualità. Lo storico don Marciano Di Leo, agli inizi del 1800, dava notizia in un suo libro che in contrada Fiorentino era stata portata alla luce “un’antica fornace ancora ripiena di vasi veramente degni dell’osservazione dei dotti, e curiosi viaggiatori”. Scriveva un cronista verso il 1850: “ In questa città c’è ancora la fabbrica di vasi di creta, specialmente delle pignatte; le pignatte di qui resistono al fuoco perché, nella nostra creta, vi sono delle particelle di bronzo e ferro, che fanno una bella lega; per cui i pignatari di Nusco in mercato vendono subito i loro vasi. Agli inizi del 1900 in uno stabilimento giù verso la Stazione per alcuni anni vi fu una fiorente produzione di qualità di laterizi e tegole. Tale attività si è prolungata fino agli anni ’50-60 con la famiglia di Francesco Biancaniello in contrada Leone. Vale la pena raccontare quanto avvenne verso il 1819, quando l’attività dei pignatari era tutta accentrata in paese e le diverse fornaci erano ubicate nelle parrocchie di Sant’Eustachio e San Bartolomeo, due delle otto parrocchie poi abolite: agli inizi di settembre, una ventina cittadini inviarono un esposto al Sindaco Sagliocca per lamentarsi delle fornaci operanti nel centro del paese. Essi denunciavano – come cittadini analfabeti – i gravi incomodi di salute che sopportavano giorno dopo giorno a causa delle fornaci dei maestri vasellai ubicate in paese e i gravi pericoli d’incendio a cui potevano andare soggetti gli edifici vicini. Chiedevano che intervenisse per porre fine a sconcerto così grande. Le esalazioni pestifere debilitavano il petto, attaccavano la nervatura della testa in tale in modo così grave da paralizzare i malcapitati. Sostenevano inoltre che essendo le fornaci delle bocche di fuoco per legge dovevano essere collocate fuori il centro abitato, essendo micidiali per la salute per le esalazioni che emanavano, essendo alimentare con fasci di paglia e mucchi di letame che rendevano l’aria irrespirabile. Il Sindaco non temporeggio ed inviò all’Intendente ad Avellino il reclamo corredandolo di due perizie firmate da due medici (Giovanni Natale e Carmine Iuliano) e due periti agrari (De Donatis e Prudente) attestando i primi che le continue esalazioni provocavano danni alla salute dei cittadini e i secondi il pericolo di incendi che le fornaci potevano causare. La decisione fu drastica: l’Intendente del Principato ordinava per via amministrativa e per legge di chiudere le fornaci in paese e collocarle tutte fuori del centro abitato . L’ordine venne ripetuto per ben due volte. Ma quattro anni dopo con un’altra lettera si lamentava che le cose erano rimaste come quando era stato inviato il reclamo del Sindaco. Ci vollero altri anni, perché tale attività – ridotta a poca cosa – fosse decentrata fuori Nusco.
(fototeca Michele Pastore: Fornaci alla Stazione di Nusco inizio 1900)


