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Officina Irpinia nel nome di Gennaro Bellizzi: contrastare lo spopolamento è possibile. Necessarie politiche integrate e una classe dirigente all’altezza

E’ un invito a non rassegnarsi a quello che appare un destino già scritto, segnato da spopolamento e isolamento,  ad emergere dal confronto “Il diritto di restare”, tenutosi questo pomeriggio a Villa Amendola. Un confronto che rappresenta il punto di partenza di “Officina Irpinia”, il progetto di una Scuola intergenerazionale di politica intitolata al medico Gennaro Bellizzi, con la passione per la politica, promossa dalla famiglia e dall’associazione “Controvento”. Il governo del territorio come cura, al di là dei numeri e della logica del profitto

E’ un invito a non rassegnarsi a quello che appare un destino già scritto, segnato da spopolamento e isolamento,  ad emergere dal confronto “Il diritto di restare”, tenutosi questo pomeriggio a Villa Amendola. Un confronto che rappresenta il punto di partenza di “Officina Irpinia”, il progetto di una Scuola intergenerazionale di politica intitolata al medico Gennaro Bellizzi, con la passione per la politica, promossa dalla famiglia e dall’associazione “Controvento”. E’ Loredana Bellizzi, la figlia di Gennaro, a spiegare l’idea da cui nasce questo percorso “Nostro padre credeva che governare significasse prendersi cura della comunità, credeva nella politica come strumento al servizio delle persone, nell’idea di una sanità per tutti. Non accettava questo esodo senza fine ma credeva nella possibilità per i giovani di tornare per restituire qualcosa alla loro terra”. Ricorda come “L’Irpinia e le aree interne hanno imparato a convivere con questi abbandoni, con l’isolamento. Quello che è un fenomeno da contrastare è ridotto a poco più di una battuta, all’immagine della vita lenta o del divario insanabile col Nord. Di qui l’idea di una scuola di politica nel nome di nostro padre che fosse uno spazio di confronto libero”.

Generoso Picone parla di una Officina che vuole proporre una ipotesi di lavoro, andando al di là dello spopolamento come categoria, del richiamo al piccolo mondo antico o dei piagnistei “L’idea da cui siamo partiti è quella di una riflessione seria che immagini progettualità capaci di creare le condizioni, in termini di servizi e infrastrutture, per poter vivere, per allinearsi a una tendenza alla modernizzazione che guardi a tradizione e futuro”. Ricorda il vuoto di idee con cui troppo spesso devono fare i conti le aree interne e la minaccia rappresentata dal federalismo fiscale che rischia di indebolire ulteriormente il Sud. Un confronto che sceglie di dare voce a generazioni differenti,  riunendo allo stesso tavolo Annamaria De Stefano, Francesca Fabrizio, Franco Festa, Antonio Liuzzi, Stefano Orlacchio, Claudio Petrozzelli e Paolo Ricci.

E’ l’avvocato Annamaria De Stefano a spiegare come “per far rinascere i nostri territori non basta riempire il vuoto con le infrastrutture o fare il calcolo dei flussi migratori in uscita. “L’Irpinia può diventare il laboratorio di un diverso stile di vita, sfruttando la digitalizzazione per migliorare la qualità della vita con la telemedicina o con la realizzazione di una piattaforma die bisogni. E’ chiaro che bisogna allontanarsi dalla logica dei dati, rilanciando un patto tra imprese e istituzioni. Poichè lo spopolamento non nasce solo dalla mancanza di treni e lavoro ma anche da una sfiducia nelle istituzioni che non riescono a garantire ai giovani i diritti che spettano loro. Abbiamo bisogno di colmare il vuoto etico che ci ha impedito di immaginare un futuro in queste terre”.

Francesca Fabrizio dell’Unione Giovanile di Sinistra parla di una chiara volontà politica da parte di chi governa di lasciare indietro alcuni pezzi del paese “La narrazione delle aree interne che oggi imperversa è quella legata al turismo esperienziale, alla salubrità dell’aria. Ma è chiaro che bisogna andare al di là di questo racconto, attraverso una progettualità che nasca dalla capacità di fare rete poichè tanti giovani non vogliono andare via”. Lo scrittore Franco Festa pone l’accento sulle responsabilità di una classe politica meridionale che ha dimostrato tutti i suoi limiti di fronte all’opportunità rappresentata dai fondi del Pnrr “trasformatisi nell’occasione per accedere a finanziamenti per la propria comunità, senza che ci fosse una programmazione generale, Oggi assistiamo ad una nuova questione meridionale, la morte del Sud è stata decretata dallo stesso governo in un documento sul futuro delle aree interne. Ad emergere la qualità mediocre della classe politica che non è riuscita ad andare al di là della logiche dei campanili. E’ chiaro che queste proteste che vediamo nelle piazza hanno una chiara valenza meridionale, poichè precarietà e qualità della scuola sono problemi che le popolazioni del Sud vivono in maniera più forte. Avvertiamo l’esigenza che chi è oggi nelle piazze trovi nei partiti gli spazi per far sentire la propria voce anche se oggi sembra difficile. C’è bisogno di dare risposta concrete poichè la questione meridionale è una questione politica”.

E’ quindi Antonio Liuzzi dei Giovani Comunisti a ribadire come “Chiediamo fatti e non parole. Apprezziamo che ci siano iniziative del genere così da promuovere un confronto ma non può bastare parlarne”. Chiarisce come “ai giovani continua ad essere riservato poco spazio in questa città. Per fortuna, insieme al Collettivo Studentesco e ai Giovani Comunisti ce lo stiamo prendendo nelle piazze”. Ribadisce come “Serve un cambio di passo nelle politiche sociali a partire dal diritto al lavoro, è necessario che le aziende non chiudano i loro stabilimenti e delocalizzino.
Dobbiamo creare le condizioni perchè i giovani possano rimanere. Penso ai collegamenti inadeguati, alla linea ferroviaria dell’Avellino Rocchetta che collegava tutto un pezzo di Irpinia e oggi è ridotta a treno turistico. E poi servono spazi di aggregazione. è inaccettabile dover fare un’iniziativa e dover ricorrere a uno spazio privato”. E rilancia sulla manifestazione in programma il 31 ottobre, alle 17.30, da piazza San Ciro.
Stefano Orlacchi dei Giovanni Democrativi evidenzia le contraddizioni dei territori fragili come Sannio e Irpinia: “Se continuano ad essere viste come bacino elettorale o problema non faremo mai passi in avanti. C’è bisogno di confrontarsi e immaginare un nuovo sistema di finanziamento delle aree interne, poichè la Strategia Are Interne è insufficiente. Ma chiediamo anche una retribuzione adeguata per i giovani, la possibilità di accedere al credito e che finalmente terminino gli interventi infrastrutturali”.
Petrozzelli dell’associazione Give Back ribadisce come “le aree interne hanno bisogno della politica e di politiche adeguate che partano da lavoro e servizi. Purtroppo, i nostri territori fanno fatica a far sentire la loro voce a Bruxelles, le decisioni sono assunte senza ascoltare i territori. Di qui la necessità di fare pressione sulla classe dirigente perchè se ne parli e il problema sia affrontato”.
Il professore Paolo Ricci, docente di economia aziendale alla Federico II di Napoli, spiega come “il diritto di restare è difficile da garantire, è una costruzione che richiede il protagonismo dei diversi attori, di qui la necessità di partire dai giovani e dalle Università. Abbiamo al Sud esperienze molto valide che chiedono di essere valorizzate.  Penso all’Academy sorta in collaborazione con la Apple a San Giovanni a Teduccio e alla Core Academy della nostra Università, frutto dell’incontro tra pubblico e privato, vera e propria opportunità per favorire l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, A lungo abbiamo creduto che tutti i giovani avessero il desiderio di vivere lontano dalla loro terra e in parte è stato così. Ma se non hanno neppure la possibilità di rientrare, il rischio è che si perda quel capitale intellettuale che il Sud produce ma che non riesce a trattenere. Abbiamo immaginato che i territori più interni potessero fare da soli e non avessero la necessità di collegare il loro sviluppo a quello di altri territori. Mentre servono politiche integrate,  fare in modo che le aree interne non si sentano isolate ma si lascino guidare lungo certi percorsi. Se ci sono fenomeni importanti di sviluppo a Napoli dobbiamo intercettarli, e fare in modo che possano espandersi anche nelle nostre aree”. Ribadisce come “Si tratta, dunque, di promuovere politiche che facciano convergere obiettivi. Ho sentito spesso parlare di vocazioni territoriali, che ci sono ma se non intercettano una certa domanda, diventano inutili. E’, dunque, necessario ripensare l’intervento pubblico secondo una modalità diversa, nel segno di obiettivi comuni,.Abbiamo bisogno  che anche i diversi vari livelli istituzionali intreccino le loro capacità”.
Chiarisce come “Viene ripetuto continuamente che la filiera istituzionale è importante, che è fondamentale che chi governa abbia lo stesso colore politico di chi è alla guida della Regione. Ma le istituzioni sono le istituzioni, i colori politici possono modificare gli orientamenti strategici, ma non posso determinare i divari. Quando determinano divari vuol dire che la politica non funziona”. E spiega come “Oggi quella che era la questione meridionale è una questione mondiale. C’è bisogno della massima attenzione ai cambiamenti, penso alla riforma del regionalismo, ma soprattutto di rimettere al centro il governo della cosa pubblica inteso come cura, mettendo da parte la logica del profitto.

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