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Di Monia Gaita

La violenza è una mancata accettazione della realtà. È uno stadio di debolezza che cavalca il suo ossimoro: la forza. Quando una storia d’amore finisce va accettata, assorbita, assimilata. Quando una storia d’amore finisce, sembra che i più fragili siano proprio i maschi: non solo non concepiscono la fine, ma vogliono convertirla in qualcos’altro, trasformarla in dolore ultimo, oltraggiarla, colpirla, annientarla. Ma la violenza è un’entità astratta, non ha un corpo con gambe e braccia, deve prendere in prestito il corpo di altri. Trae consistenza avendo ad oggetto e destinatario il corpo definito della donna. È su di lei che il maschio umiliato, ferito, respinto,  sfoga la propria sofferenza e la propria follia. Non può perdonare all’ex o alla compagna che lo ha tradito, deluso, ingannato (in molti casi non è neanche vero), l’impudenza di essere ancora viva quando lui si sente già morto dentro. Se non la può più possedere meglio che diventi un santuario, una bara, un altare, meglio che si contragga in una fotografia che gli faccia dire: “Ora è mia per sempre, pure se non parla, pure se non cammina, pure se non respira, pure se non pensa”. I maschi si rivelano vulnerabili, condannati al regime di non saper superare la dura prova della fine. Magari riescono ad affrontare le sevizie del tempo, di una malattia, di un fallimento sul lavoro, ma la fine di un rapporto no, non sanno sostenerla. Perché accade? Forse perché hanno considerato la donna una propria propaggine, la propria addizione, la propria coda, la propria costola, la propria appendice, e a tirarle l’anima fuori dalla bocca non gli è riuscito. Lei è rimasta sempre attaccata a un esile filo di indipendenza che non ha mai lasciato. Non voleva sputare la pelle o permutarla in una sottospecie di ubbidienza senza diritti, senza luce e senza libertà. Uccidere la donna, picchiarla, insultarla, sfigurarla, non è solo un atto punitivo, non è solo il castigo inflitto, ma è un atto di sopraffazione, un rito di dominio, un esercizio di sovranità. Sono io che decido per te, tu devi adeguarti al mio umore e al mio volere, devi prendere la mia forma come fa l’acqua col recipiente che la contiene. E se vuoi una forma diversa non va bene, pure le donne ti giudicheranno. La verità sapete qual è? Che la libertà piace a pochi e la violenza non è solo dell’uomo contro la donna, ma è anche quella delle donne contro altre donne. Mi riferisco soprattutto ai pregiudizi e ai luoghi comuni, alle etichette viscide che graffiano e compromettono. La donna viene censurata, e a censurarla non sono solo gli uomini, ma spesso e volentieri sono le donne. Questo perché avviene? Abbiamo forse perduto l’intesa e la solidarietà di genere? Ci siamo incattivite? Non so dirlo con esattezza, ma ravviso un grande pericolo negli uomini che offendono le donne e nelle donne che hanno distrutto quello spirito di cameratismo e di categoria che ci rendeva unite nello slancio a migliorare la condizione di tutte.  Chi minaccia i confini delle donne? Gli uomini? No, sono pure le donne. Sotto la dinastia dei tabù dai molti rivoli e dai molti affluenti, si rischia il doppio scisma: tra le donne e gli uomini, tra le donne e le donne.

 

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