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Marco Alaia, segretario provinciale del Pd irpino, è un politico mite, di discreta cultura, figlio di quella terra di mezzo i cui abitanti per una parte cospicua gravitano nel Napoletano e l’altra parte si divide tra irpini del mandamento (orribile aggettivo) e l’area nolana con interessi poliedrici. Marco mi ricorda quel tale Margheriti emigrato negli Stati Uniti che si lamentava del fatto che in America, per distinguerlo, lo chiamavano l’italiano e in Italia, quando tornava, per non dimenticare la sua radice, lo chiamavano l’americano. Per cui la sua identità appariva comunque ibrida.

Sarà questa condizione del caso di Marco che lo tiene sospeso nel limbo del non fare, dovendo alla fine agire nell’interesse della sua appartenenza geografica.

Ed è proprio qui il problema. Marco è stato eletto segretario del Partito Democratico in Irpinia sette mesi fa grazie all’accordo dei maggiori riferimenti locali, Maurizio Petracca (che lo ha proposto come cane sciolto), Rosetta D’Amelio, storica esponente della sinistra, il senatore Enzo De Luca, che si richiama alle posizioni nazionali di Dario Franceschini e infine Antonio Gengaro, il cui riferimento è la segretaria nazionale del Pd Elly Schlein.

Si direbbe: finalmente un partito unito le cui scelte potrebbero influire sul futuro economico e sociale della realtà irpina nel momento in cui si annunciano grandi novità e notevoli opportunità anche per le zone interne. E invece no. Marco Alaia, da quando è stato eletto per guidare il partito, è diventato muto e invisibile.

Coloro che hanno qualche anno in più ricorderanno il modello organizzativo dei partiti in Irpinia. Nessuno escluso. Esso si fondava su riferimenti agli incarichi distribuiti nella segreteria, cominciando da chi si occupava della politica delle infrastrutture, chi dei temi dello sviluppo, della condizione della povertà, della questione femminile e così per i vari settori di responsabilità.

La collaborazione tra i vari addetti era indispensabile per definire una linea politica dei vari partiti.

Solo per ricordare esempi dei modelli organizzativi tra i partiti nel passato meglio strutturati figuravano la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista e, tra gli altri, i socialisti. I segretari Dc (Romeo Villano, Mancino, Sena, De Luca, Zecchino ecc.) e nel Pci (Ruggiero Gallico, Silvestro Amore, Stefano Vetrano, Antonio Bassolino, Michele D’Ambrosio, ecc.) e i socialisti guidati da Manlio Rossi Doria potevano contare su Lello De Chiara, Giovanni Acocella, Gaetano Orsino, ecc.

Così strutturati, i partiti discutevano con gli iscritti sui vari temi, organizzando strategie, manifestazioni. Compilavano schede di bisogni in ogni singolo comune e si confrontavano sulle proposte di soluzione per ogni argomento trattato. In questo modo si esaltavano i valori della democrazia e della partecipazione. Gli stessi turni elettorali si nutrivano di proposte, facendo della competizione una sfida valoriale. Questo modo di agire risultava utilissimo per la formazione dei quadri di partito e la selezione della classe dirigente. Certo, non mancavano le difficoltà, come ad esempio nella scelta dei candidati ad ogni livello, ma quasi sempre essa faceva riferimento al lavoro svolto nel partito. Pur con qualche sbavatura.

Per tornare a questo tempo, pur tenendo conto del contesto sociale cambiato, della cancellazione delle regole virtuose senza sostituirle con altre migliorative.

Il primo dato che emerge immediatamente è l’individualismo. Chi è eletto è solo un “messo lì…” in funzione degli interessi del proponente. L’unità del Pd è solo una finzione ben organizzata. Resistono cani sciolti che, richiamati, obbediscono per gratitudine. Il Partito Democratico, per dirlo con Ciriaco De Mita, già presidente del Consiglio, non è mai nato. Dunque non esiste. Essendo per consensi il partito che ha maggiori responsabilità rispetto al dovere di rappresentanza, è muto. Proprio come il suo segretario, che non riesce, a distanza di ben sette mesi, a darsi un modello organizzativo. Marco Alaia ha una difficile gatta da pelare. Gli incarichi nella segreteria, già definiti in un primo momento, allo stato non vengono attribuiti. Perché c’è qualche doppiogiochista che pretende di più pur avendo già ottenuto tanto nel momento in cui il sindaco Nello Pizza ha formato la sua giunta. E così c’è qualcuno che può vantare collaborazioni istituzionali, ma lavora con il centrodestra contro il campo largo.

Il dissenso è più ampio di quanto si possa immaginare. Il Corriere dell’Irpinia in veste online ha testimoniato con decine di interviste quanto forte sia il disagio di iscritti e talvolta degli stessi dirigenti. Le proteste vanno dalla chiusura delle stanze in via Tagliamento alla totale assenza di discussioni con gli iscritti sui temi dello sviluppo, della legalità, dell’elaborazione di un progetto di mobilità che liberi le realtà territoriali dagli stretti confini in cui resiste la logica dei campanili. E altro ancora. Tanto altro. Tutto questo converge in quel pozzo sempre più profondo che porta alla disaffezione dalla politica. Ci sono i soggetti che si nutrono di immoralità, ma neanche su questo il partito è capace di aprire un capitolo per tutelare o condannare alcuni vertici compromessi con la legalità.

Tra poco l’appuntamento elettorale. Il Pd è muto, ma non coloro che già, pur avendo perso la faccia, lo sono. Hanno già pronte le trombe per raccontare una storia di dignità, di lavoro e di occupazione che non esistono. Mentre Marco Alaia rimane fermo al palo aspettando che qualcuno gli indichi cosa fare. Proprio come il suo omologo Margheriti.

 

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Gianni Festa

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