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Il partigiano calciatore. La storia di Renato Marchiaro

Di Vincenzo Fiore

Celebrare la Liberazione e la Resistenza, significa ricordare una grande storia composta dal sacrificio e dalla lotta di tanti uomini e di tante donne che con le loro azioni hanno contribuito a costruire le basi della società democratica. Quella che ricordiamo oggi è la storia di un calciatore che dinanzi alla barbarie nazi-fascista portò avanti la sua partita per la vittoria. Nato e vissuto nella provincia di Cuneo, Renato Marchiaro aveva iniziato la sua carriera calcistica nelle giovanili della Juventus, fino a esordire in Serie A con la maglia bianconera. Quando l’8 settembre del 1943 il nuovo primo ministro Badoglio annuncia l’armistizio, Marchiaro si trova a Boves in licenza per un infortunio che l’ha tenuto fermo sei mesi, e non può immaginare che di lì a poco in quel luogo ci sarebbe stata una delle tante rappresaglie criminali naziste.

 Il giovane Marchiaro 

Il tutto ebbe inizio la domenica del 19 settembre, quando un gruppo di partigiani – guidati da Ignazio Vian – sceso in paese a far provviste cattura due soldati delle SS. Di conseguenza, il comandante nazista Joachim Peiper occupa con le sue truppe il paese e convoca il parroco e un importante industriale del posto. Ai due viene intimato di convincere i partigiani a restituire i prigionieri, pena la rappresaglia su Boves. Dopo una lunga trattativa, i partigiani decidono di liberare i due soldati tedeschi. Il parroco e l’industriale tornano a dare la notizia a Peiper, ma nonostante ciò, quest’ultimo ordina un’esecuzione immediata dei due. «Le SS uccisero dapprima un parroco e un industriale, li bruciarono con il lanciafiamme e incendiarono il paese: ci furono 32 morti fra i civili, Boves fu il primo paese bruciato dai tedeschi, furono rase al suolo 44 case, nonostante lo strenuo combattimento dei partigiani durato oltre dodici ore», questo il racconto diretto di Marchiaro riportato nel documento intitolato il Partigiano calciatore a cura del C.I.P.E.C. In molti riuscirono a scappare, ma alcuni fra anziani, donne e bambini non ce la fecero e nessuno fu risparmiato. Da quel momento – racconta Marchiaro in diverse interviste – iniziarono gli anni più duri della sua vita. Il suo nome da partigiano fu Fede, come il nome di una zia a cui era molto affezionato, ma anche come un credo per un mondo più giusto. «La nostra vita era molto dura: dormivamo nelle baite abbandonate, sopra un po’ di fieno sul pavimento, in inverno qualche volta dormivamo nelle cascine, ma era molto pericoloso, mi capitò di non potermi cambiare la camicia per tre mesi – racconta Marchiaro – La mattina ci lavavamo nel torrente, in inverno dovevamo rompere il ghiaccio per lavarci le mani e il viso, era impossibile fare di più; qualche volta scendevamo nelle cascine e ci lavavamo nella tinozza con acqua calda».

I nazisti non si scordarono dei partigiani delle brigate Garibaldi di Boves e nel 1944 ci fu un secondo rastrellamento con 59 vittime, secondo alcune stime. Soltanto la resistenza a oltranza evitò cifre ancora più drammatiche. A ricordare la memoria di Marchiaro – scomparso nel 2017 – sono oggi Domenico Mansueto e Concetta Iannaccone di Avellino, che hanno conosciuto personalmente il partigiano calciatore a Nizza e lo descrivono come una persona onesta, leale e piena di ideali. Terminata la guerra, Marchiaro continuò a fare ciò che gli riusciva meglio: i gol. Militò in diverse squadre francesi, fra cui il Nizza e l’Angers, anche se il suo gol più bello lo aveva già segnato a favore della squadra della libertà.

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