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Unimpresa Irpinia Sannio: rischiamo lo spopolamento delle imprese

Esiste uno spopolamento che si vede immediatamente, fatto di case vuote, scuole con meno alunni, giovani che partono e una popolazione che progressivamente invecchia. Ma ne esiste un altro, più silenzioso, che può precedere e accompagnare quello demografico, lo spopolamento delle imprese. È la progressiva rarefazione di negozi, botteghe artigiane, laboratori, microimprese e servizi che per decenni hanno costituito una parte fondamentale dell’infrastruttura economica e sociale dei comuni dell’Irpinia e del Sannio.

Da questa considerazione prende le mosse l’analisi del Centro Studi Aree Interne di Unimpresa Irpinia Sannio, aggiornata alla luce dei dati disponibili per il 2025, che mette sotto osservazione l’evoluzione del sistema imprenditoriale delle province di Avellino e Benevento e prova a leggere insieme demografia d’impresa, commercio, artigianato, ricambio generazionale e progressivo indebolimento della domanda locale.L’obiettivo non è rappresentare l’Irpinia e il Sannio come territori senza futuro, le due province conservano competenze produttive, specializzazioni manifatturiere, imprese innovative, un importante patrimonio agroalimentare, ambientale e culturale e una capacità imprenditoriale sulla quale costruire sviluppo.

La questione che emerge dai numeri è più complessa, la crescita non si distribuisce necessariamente in maniera uniforme e non tutte le forme d’impresa e tutti i territori mostrano la stessa capacità di resistenza. Alla fine del 2025, secondo i dati analizzati dal Centro Studi, nelle province di Avellino e Benevento risultano complessivamente 75.537 imprese registrate: 42.040 in provincia di Avellino e 33.497 in quella di Benevento. È un patrimonio imprenditoriale ancora considerevole. Ma il dato aggregato, da solo, non è sufficiente a descrivere quello che sta accadendo.

Un territorio può infatti mantenere relativamente stabile il numero complessivo delle imprese e contemporaneamente modificare profondamente la propria struttura economica. Possono crescere alcune forme societarie e alcuni comparti e, nello stesso tempo, ridursi quelle attività che nei piccoli centri svolgono una funzione essenziale di prossimità. È soprattutto il commercio a meritare attenzione, infatti alla fine del 2025 il comparto classificato come commercio all’ingrosso e al dettaglio continua a rappresentare una componente rilevante del tessuto imprenditoriale delle due province. Il Centro Studi invita tuttavia a utilizzare particolare prudenza nel confrontare gli stessi settoriali tra 2024 e 2025, perché dal 1° aprile 2025 è entrata in vigore la nuova classificazione ATECO 2025, che ha determinato riclassificazioni delle attività economiche.

Per questa ragione eventuali variazioni molto elevate dello stock di un singolo settore non possono essere automaticamente trasformate in un numero equivalente di imprese chiuse. È una distinzione metodologica essenziale per mantenere l’analisi rigorosa. Le serie precedenti al cambio di classificazione avevano però già evidenziato segnali di difficoltà del commercio. Ed è soprattutto scendendo dalla dimensione provinciale a quella dei piccoli comuni che il fenomeno assume una rilevanza diversa. La chiusura di un’attività commerciale non produce infatti ovunque gli stessi effetti. In un grande centro urbano la domanda può generalmente spostarsi verso un’altra attività. In un paese di poche centinaia o poche migliaia di abitanti, invece, la chiusura di un negozio può coincidere con la perdita di un servizio di prossimità.

È proprio su questo punto che interviene il presidente di Unimpresa Irpinia Sannio, Ignazio Catauro:Dobbiamo smettere di leggere questi fenomeni come se dietro i numeri ci fossero soltanto partite IVA. Dietro un negozio, una bottega o un laboratorio ci sono persone, famiglie, competenze e posti di lavoro. Quando una di queste attività scompare da un piccolo comune, perdiamo anche un presidio del territorio. Una saracinesca abbassata può significare un servizio in meno, una strada meno frequentata, un paese meno attrattivo e, alla fine, una ragione in meno per restare. È questa la vera dimensione del problema”.

Se il commercio rappresenta uno dei principali fronti sui quali concentrare l’attenzione, l’artigianato offre una prospettiva storica ancora più significativa. Le elaborazioni del Centro Studi documentano una consistente riduzione dello stock delle imprese artigiane nell’arco degli ultimi due decenni. Tra il 2006 e il 2025 le imprese artigiane sono passate da 8.278 a 6.352 in provincia di Avellino e da 5.628 a 4.490 in provincia di Benevento. Significa 1.926 imprese in meno in Irpinia (-23,3%) e 1.138 in meno nel Sannio (-20,2%). Complessivamente, nell’arco considerato, lo stock artigiano delle due province si è ridotto di 3.064 unità, circa il 22%; per complessive 10.842 attività nelle due province. Il dato deve essere interpretato correttamente,non equivale a dire che 3.064 aziende abbiano semplicemente chiuso una dopo l’altra. Nel ventennio hanno agito cessazioni, nuove iscrizioni, trasformazioni e riclassificazioni. Ciò che il numero documenta con chiarezza è però una consistente contrazione strutturale della base artigiana.

Il dato annuale mostra una maggiore stabilità rispetto all’erosione osservata nel lungo periodo, ma apre una questione forse ancora più importante, ovvero: chi guiderà queste imprese nei prossimi dieci o quindici anni? È qui che l’analisi incontra uno dei numeri più significativi del 2025. In provincia di Avellino gli imprenditori con meno di trent’anni rappresentano appena il 3,92% dei titolari di cariche imprenditoriali considerati nella rilevazione. In provincia di Benevento sono il 3,75%. Nelle due province si contano complessivamente 3.774 imprenditori under 30 su oltre 98 mila titolari di cariche imprenditoriali. All’estremo opposto, quasi un imprenditore su due appartiene alla fascia compresa tra 50 e 69 anni.

Il problema, dunque, non riguarda esclusivamente le imprese che cessano oggi. Riguarda quelle che potrebbero non trovare qualcuno disposto a continuarle domani.È probabilmente questo uno dei dati sui quali dovremmo riflettere maggiormente, osserva Catauro.Continuiamo a domandarci quante imprese chiudono, ma dovremmo cominciare a chiederci chi aprirà e soprattutto chi guiderà quelle di domani. Se appena quattro imprenditori su cento hanno meno di trent’anni, non siamo davanti soltanto a un problema di demografia d’impresa. Siamo davanti a una questione che riguarda il futuro stesso dell’Irpinia e del Sannio. Un territorio nel quale i giovani non trovano conveniente investire, fare impresa e costruire il proprio progetto di vita rischia di invecchiare economicamente ancora prima che demograficamente”. Per il presidente di Unimpresa Irpinia Sannio, proprio il passaggio generazionale dovrebbe diventare uno degli strumenti delle politiche per le aree interne: “Aiutare un giovane a rilevare un negozio, un laboratorio o una piccola impresa significa conservare competenze e occupazione, ma significa soprattutto mantenere un’attività economica nel luogo in cui quella attività è nata. Il ricambio generazionale non può essere considerato soltanto un fatto privato tra chi cede e chi subentra, perché nelle aree interne è una questione di interesse territoriale”.

La fragilità del sistema imprenditoriale di prossimità non può, inoltre, essere separata dalla dinamica demografica.Nel solo 2025 le province di Avellino e Benevento hanno perso complessivamente 3.596 residenti: 1.923 in Irpinia e 1.673 nel Sannio. Le due province presentano inoltre un’età media superiore alla media campana e indici di vecchiaia particolarmente elevati, a questa dinamica si aggiunge la debolezza della domanda interna. Le elaborazioni utilizzate nel dossier indicano una spesa annua pro capite delle famiglie di circa 15.198 euro ad Avellino e 15.046 euro a Benevento, rispetto ai 21.112 euro del dato nazionale. È dall’interazione tra questi fenomeni che il Centro Studi propone di sviluppare il concetto di desertificazione economica delle aree interne.

Meno residenti significano una base potenziale di domanda più piccola, e dunque una domanda debole può rendere più difficile la sostenibilità economica delle attività di prossimità. La riduzione di negozi, botteghe e servizi può rendere a sua volta meno attrattivo vivere in un piccolo comune. E un territorio che perde attrattività rischia di perdere ulteriormente popolazione e capacità imprenditoriale. Il Centro Studi precisa che la compresenza di questi fenomeni non dimostra automaticamente un rapporto causale tra ciascuno di essi. Indica però l’esistenza di una vulnerabilità territoriale che merita di essere misurata scientificamente, soprattutto al livello dei singoli comuni.

Ed è questa la fase successiva del progetto. Unimpresa Irpinia Sannio intende costruire una mappa economica dei comuni delle province di Avellino e Benevento, incrociando l’andamento della popolazione con l’evoluzione delle imprese commerciali e artigiane, la densità delle attività rispetto agli abitanti e gli indicatori relativi al ricambio imprenditoriale. Su questa base il Centro Studi propone di sviluppare un Indice Unimpresa di Desertificazione Economica – IUDE, con metodologia pubblica, verificabile e replicabile. L’obiettivo non è stilare una classifica dei comuni “migliori” e “peggiori”, ma individuare i territori nei quali la contemporanea perdita di residenti, imprese e servizi sta raggiungendo livelli tali da richiedere interventi mirati.

Ed è proprio dalla ricerca che Unimpresa vuole far nascere una proposta politica ed economica.L’associazione propone l’apertura di un confronto tra Regione Campania, Province di Avellino e Benevento, Comuni, Camera di Commercio, Università, sistema bancario e finanziario e rappresentanze economiche e sociali, con l’obiettivo di arrivare a un Patto per le Economie di Prossimità dell’Irpinia e del Sannio.Tra gli strumenti sui quali avviare il confronto figurano fiscalità locale selettiva per le attività essenziali nei territori maggiormente vulnerabili, accesso al credito e garanzie dedicate alle micro e piccole imprese, incentivi ai giovani che rilevano attività esistenti, sostegno ai passaggi generazionali, recupero dei locali commerciali sfitti, botteghe multiservizio, digitalizzazione, logistica condivisa e incentivi agli investimenti nei piccoli comuni.

Ed è su questo terreno che arriva la dichiarazione del presidente Catauro:Non vogliamo limitarci a denunciare un problema. Vogliamo mettere i dati sul tavolo e trasformarli in decisioni. Chiediamo alla Regione Campania, ai Comuni, alle Province, alla Camera di Commercio, alle Università e al sistema finanziario di costruire insieme un Patto per le Economie di Prossimità dell’Irpinia e del Sannio. Dobbiamo sapere, comune per comune, dove stanno diminuendo popolazione, negozi, botteghe e imprese e concentrare proprio lì credito, incentivi, servizi e politiche per il ricambio generazionale. Le aree interne non possono più vivere di interventi episodici, hanno bisogno di una strategia misurabile nel tempo”.

Una strategia, precisa Unimpresa, che non deve avere l’obiettivo di mantenere artificialmente sul mercato imprese prive di prospettive economiche, ma quello di rimuovere gli svantaggi che rendono strutturalmente più difficile investire e fare impresa nelle aree interne. Ed è proprio questo uno degli aspetti che il Centro Studi ritiene meritevoli di approfondimento anche da parte del mondo universitario e della ricerca. Irpinia e Sannio non sono economie immobili, esistono imprese competitive, società strutturate, innovazione e filiere con significative possibilità di sviluppo. È quindi possibile che una crescita complessiva dell’economia conviva con una progressiva rarefazione della rete economica in alcune parti del territorio. La questione non è più soltanto quanto cresce un territorio, ma dove cresce, attraverso quali imprese e con quale capacità di distribuire opportunità e servizi nello spazio. È questa la nuova geografia economica delle aree interne che Unimpresa Irpinia Sannio vuole portare all’attenzione di amministratori, imprese, ricercatori e opinione pubblica. Perché contrastare lo spopolamento non può significare soltanto convincere le persone a non partire. Significa creare le condizioni perché restare sia possibile. E questo richiede lavoro, servizi, investimenti e imprese, dietro ogni insegna accesa, ogni laboratorio operativo, ogni negozio aperto e ogni giovane che decide di investire in Irpinia o nel Sannio c’è qualcosa che va oltre il valore economico della singola attività. C’è un presidio del territorio e un servizio per una comunità. Non solo lavoro, ma anche una relazione economica che continua, e c’è, soprattutto, una ragione in più per restare.

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