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I sondaggi, che non sempre sono infallibili, indicano in Mario Draghi la personalità politica più gradita dagli italiani. Un cambio repentino se pensiamo che questa legislatura è nata nel nome dell’antieuropeismo Cinque Stelle-Lega e ora gli elettori apprezzano il campione dell’europeismo. Gli italiani, insomma, più che scegliere sembrano affidarsi e in questa volatilità possono emergere figure nuove per il mondo tradizionale della politica come è accaduto in passato con Monti e oggi con Draghi.

Il Presidente del Consiglio è non solo l’uomo più popolare ma anche la personalità che ha fatto scaturire una sorta di “big bang” politico. Nel governo ci sono dentro tutti: sovranisti ed europeisti, orfani di Conte e partiti in cerca di una nuova visibilità. Tutti alle prese con un’altra geografia e con un sistema che inevitabilmente è destinato a scomporsi e poi a ricomporsi in un ordine diverso da quello attuale.

A destra Salvini pianta bandierine identitarie e così prova a contrastare l’avanzata della Meloni e a riconquistare una centralità perduta mentre sul piano europeo non intende, per ora, entrare nel gruppo dei popolari e non ha ancora deciso se accogliere l’offerta del premier ungherese Orban che vuole dare vita ad un nuovo partito di stampo nazionalista. Se lo farà sarà una decisione piuttosto contradditoria con la scelta di sostenere il governo europeista di Draghi.

Alcune evoluzioni nella Lega ci sono state, soprattutto per volontà di Giorgetti, mentre quelle compiute da Salvini hanno stupito più per la repentinità e la disinvoltura che per la convinzione. Chi invece ha compiuto un passo più deciso verso la scelta europeista è senza dubbio il Movimento Cinque Stelle che oggi si è affidato ad una personalità come Giuseppe Conte che incarna più il modello di un certo notabilato politico che non quello dell’anti casta delle origini.

Difficile continuare ad ergersi a paladini del risentimento e della rabbia sociale quando si partecipa a tre governi diversi e ormai più che a cambiare il sistema si punta a farne parte. Non tutti hanno condiviso queste scelte e l’opposizione interna guidata da Di Battista potrebbe in tempi non lontani anche arrivare ad una scissione. Ma nel pentolone della politica italiana a bollire è stato soprattutto il partito democratico che ancora una volta ha “divorato” un suo leader.

Il ritorno di Letta è stato paragonato da alcuni analisti a quello del Conte di Montecristo che come nel romanzo di Dumas torna per compiere alcune sue comprensibili vendette. Letta però ha un suo stile, deve rimettere insieme i cocci e ridare un’identità ad un partito che l’ha persa o forse non l’ha mai avuta. Il PD deve inoltre costruire una coalizione alternativa alla destra che sarà pure divisa tra chi sostiene Draghi e chi sta all’opposizione come la Meloni, ma resta un contenitore che da tempo si presenta unito in ogni competizione elettorale.

Al contrario il centrosinistra vive una sorta di ambiguità e manca una cultura unificante. Ha scritto Ezio Mauro che “la sfida per la ripresa dopo il virus si giocherà tra i due grandi campi, più che tra i partiti. La destra, divisa, è in vantaggio, perché oggi ha la forza dei numeri e può pescare sia dal mercato di governo che da quello di opposizione. Ma la sinistra, confusa, potrebbe contrapporre la forza della politica, se proponesse al Paese l’ambizione di riformulare l’alleanza tra welfare, capitalismo, diritti e democrazia rappresentativa, riscrivendo il contratto sociale per il dopo-crisi”.

Una sfida di prospettiva e di contenuti innovativi per il PD che richiede un’ambizione e un impegno perché continuare a restare al governo non può essere l’unica bussola ma serve invece un ritorno e una presenza nella società.

di Andrea Covotta

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